Carmando: “Maradona? Dopo quel gol pazzo di gioia all’Inghilterra, venne ad abbracciarmi”
Il Mondiale dei tre Paesi organizzatori e delle 48 nazionali si è aperto all’Azteca, dove è nata quarant’anni fa la leggenda Maradona. Forte, fortissimo, già lo era il Pibe. Ma qui, nel mese di giugno 1986, conquistò la gloria, per sé stesso e per l’Argentina, guidata al trionfo mundial, quello a cui, diciassettenne, aveva soltanto potuto assistere nel ‘78. Questa Coppa, invece, era sua. Anzitutto sua. La data della storia è il 22 giugno, il giorno della vittoria ai quarti contro l’Inghilterra dov’era in gioco anche l’orgoglio patrio per la guerra delle Malvinas-Falkland, più che il 29, il giorno del successo in finale sulla Germania. La Mano de Dios e il Gol del secolo, tutto in cinque minuti, 51’ e 55’. Momenti condivisi da Salvatore Carmando, il massaggiatore salernitano del Napoli, nato 17 anni e un giorno prima di Diego, il 29 ottobre. «Durante quella stagione mi chiese di accompagnarlo ai Mondiali in Messico. Mi sentii onorato, ciò presupponeva evidentemente una grande stima per me e risposi affermativamente», racconta nella autobiografia “Carmando, le mani su D10S” scritta con Renato Camaggio.
Il Mondiale dei tre Paesi organizzatori e delle 48 nazionali si è aperto all’Azteca, dove è nata quarant’anni fa la leggenda Maradona. Forte, fortissimo, già lo era il Pibe. Ma qui, nel mese di giugno 1986, conquistò la gloria, per sé stesso e per l’Argentina, guidata al trionfo mundial, quello a cui, diciassettenne, aveva soltanto potuto assistere nel ‘78. Questa Coppa, invece, era sua. Anzitutto sua. La data della storia è il 22 giugno, il giorno della vittoria ai quarti contro l’Inghilterra dov’era in gioco anche l’orgoglio patrio per la guerra delle Malvinas-Falkland, più che il 29, il giorno del successo in finale sulla Germania. La Mano de Dios e il Gol del secolo, tutto in cinque minuti, 51’ e 55’. Momenti condivisi da Salvatore Carmando, il massaggiatore salernitano del Napoli, nato 17 anni e un giorno prima di Diego, il 29 ottobre. «Durante quella stagione mi chiese di accompagnarlo ai Mondiali in Messico. Mi sentii onorato, ciò presupponeva evidentemente una grande stima per me e risposi affermativamente», racconta nella autobiografia “Carmando, le mani su D10S” scritta con Renato Camaggio.
Un gesto d’affetto e di fiducia perché Diego considerava Carmando il miglior massaggiatore al mondo. Il Napoli non si oppose a quella richiesta, anzi. Salvatore visse il Mondiale al fianco del Capitano e dei suoi compagni, del ct Bilardo e dello staff federale, nel Centro America. «Soprannominai quel posto “Alcatraz” perché, come accadeva in quella famigerata prigione, non si consentiva a nessuno di entrare né di uscire. I primi quattro-cinque giorni furono molto difficili per me. Fui colto dalla cosiddetta vendetta di Montezuma e soffrii di forti attacchi di diarrea, con grande preoccupazione. Mi ripresi».
Via anche la nostalgia, testa e cuore per Maradona. «Il gol che realizzò contro l’Inghilterra è passato alla storia come il gol del secolo. Dopo quel gol pazzo di gioia venne ad abbracciarmi».
E poi il trionfo sulla Germania, il volo di ritorno a Buenos Aires e il ricevimento nella Casa Rosada, dove il presidente della Repubblica Raul Alfosin accolse l’Albiceleste. E nella comitiva c’era anche Carmando. «Ma erano stati mesi stressanti, quasi i miei figli non mi riconoscevano: avevo perso dieci chili. Però ne era valsa la pena».
Carmando mantenne una promessa fatta agli amici e al sacerdote di Agnone Cilento, dove trascorreva le vacanze: avrebbe finanziato l’acquisto dell’orologio per la chiesa. Salvatore, dopo il Mondiale dell’86 e la fine del ciclo azzurro di Bearzot, avrebbe cambiato tuta, indossando quella dell’Italia, voluto dal ct Vicini. Un percorso che sarebbe durato fino al ‘91, quando l’addio di Vicini – terzo al Mondiale italiano – aprì le porte a Sacchi, allenatore del Milan che un anno prima aveva perso lo scudetto nel testa a testa con il Napoli, convinto (ancor oggi) che fosse stato decisivo lo 0-2 a tavolino per la moneta che colpì Alemao. Lo staff di Berlusconi mise nel mirino nel massaggiatore azzurro perché in un video diceva al brasiliano: «Buttati a terra». Ma fu Maradona a dire a Ricardo in un orecchio che il Napoli avrebbe vinto a tavolino. Diego, in quel Mondiale del ‘90, portò nel ritiro di Trigoria non il massaggiatore ma il magazziniere del Napoli, Tommaso Starace, e volle che ad occuparsi della logistica fosse uno dei suoi amici più care, l’imprenditore Salvatore Sorrentino. Il Mondiale più amaro, con la vendetta della Germania quattro anni dopo l’Azteca, tra gli insulti dei tifosi romani all’Olimpico.
Fonte Il Mattino
