“Prevenire…per non gestire”, il caso delle (non) trasferte azzurre!

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Domenica è calato ufficialmente il sipario sulla Serie A 2025/2026. L’Inter campione festeggia, Verona, Pisa e Cremonese salutano, mentre i club definiscono i piazzamenti europei e danno il via al valzer delle panchine.

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Eppure, c’è qualcosa che è stato sistematicamente trascurato in questa stagione, un dettaglio minuscolo che non fa notizia o che, forse, si preferisce evitare di raccontare: i tifosi in trasferta non ci sono più.

Il caso dei tifosi partenopei

I tifosi partenopei quest’anno si sono visti limitare ben 17 trasferte su 19. Il 90% delle trasferte vietate. L’introduzione della tessera del tifoso, avvenuta nel lontano 2008, era stata presentata dalle istituzioni come lo strumento definitivo per garantire la regolarità delle trasferte in sicurezza. A distanza di diciotto anni, tuttavia, l’efficacia del provvedimento è smentita dai fatti.

In questo contesto, si registra una progressiva mutazione delle funzioni dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. Istituito con finalità puramente consultive e di supporto alle prefetture, l’organo ha assunto nel tempo prerogative di fatto legislative. Attraverso l’emanazione di restrizioni sistematiche, l’Osservatorio scavalca regolarmente sia l’autorità dei singoli prefetti sia l’autonomia gestionale delle società calcistiche.

La voce di chi prova a farsi sentire

Sulla fanzine pubblicata dagli ultras della Curva B è comparsa una frase che racchiude l’essenza di questa resistenza culturale: «Prevenire… per non gestire!». Il manifesto di un fallimento strutturale. Davanti all’incapacità di governare l’ordine pubblico e di garantire la sicurezza, lo Stato risponde applicando divieti preventivi e indiscriminati. È un po’ come se, per rimediare al problema degli incidenti stradali, il governo decidesse di chiudere definitivamente le autostrade. Una logica punitiva che non risolve la violenza, ma si limita a nasconderla svuotando i settori ospiti. Avere un intero settore vuoto, in ogni stadio, ad ogni giornata, non è che un fallimento per tutti.

Perché la trasferta?

Per capire il motivo di tanta ostinazione contro i divieti, bisogna comprendere cosa sia davvero una trasferta. Il bello del viaggio risiede nello spirito di aggregazione e nell’avventura: condividere i chilometri in treno, in pullman o in auto con gli amici, esplorare nuove città e trasformare il settore ospiti in un’autentica roccaforte. È un rito fatto di canti, scaramanzie e fratellanza che accresce i rapporti tra persone di età ed estrazioni sociali completamente diverse. Essere presenti “fuori casa” trasmette un senso di appartenenza diverso. Sfidare le avversità logistiche per far sentire la propria voce in uno stadio ostile crea una simbiosi incredibile con la squadra. A chi viaggia non interessa nemmeno vincere come priorità assoluta; interessa esserci, mostrare la propria identità, difendere i propri colori a centinaia di chilometri da casa. Bisogna essere follemente innamorati per lasciare tutto e fare cinquecento chilometri solo per novanta minuti di gioco.

Oggi questo scenario è radicalmente mutato perché il calcio è diventato un’industria gigantesca volta esclusivamente alle esigenze televisive e ai fatturati. Il tifoso è stato declassato a cliente, mentre i veri appassionati chiedono a gran voce la fine di un’emergenza infinita.

Il calcio cambia, le multinazionali impongono le loro regole e la burocrazia tenta di schedare persino le emozioni attraverso chip e autorizzazioni. Ma quella passione viscerale, nata da bambini dando calci a una lattina o a un sasso sull’asfalto, continua a sopravvivere proprio dietro quelle reti dei settori ospiti. Perché si può regolamentare un business, ma non si potrà mai fermare il cuore di chi, ancora oggi, decide di mettersi in viaggio per seguire un pallone che rotola. 

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