Perché ci siamo innamorati del calcio?
Vi siete mai chiesti perché una persona sia così focalizzata sul calcio in modo ossessivo? Come mai un uomo comune, con una vita normale e un lavoro normale, ogni fine settimana dedica due ore del suo tempo per guardare una partita, permettendo a quel risultato di condizionare l’umore dell’intera settimana successiva?
Viene spesso ripetuto, con un pizzico di sufficienza: “Sono solo 22 uomini che corrono dietro a un pallone”. Eppure, in quell’apparente banalità, si nasconde qualcosa di enorme. Quel pallone, per molti, è la cosa più importante delle cose meno importanti.
Per capire questa ossessione bisogna partire dalla sua essenza più semplice: un pallone che rotola. Un oggetto rotondo, senza angoli, senza padroni, che appartiene a chiunque decida di rincorrerlo o di calciarlo. È forse l’oggetto più democratico del mondo: basta averne uno per cancellare differenze sociali, età, problemi, paure. È un pezzo di cuoio pronto a regalare la stessa identica felicità a chiunque impari a gestirlo e, di conseguenza, a provocare la stessa identica scossa in chi lo guarda.
Perché quel rimbalzo imprevedibile tocca una corda primitiva: la capacità di emozionarsi, di provare qualcosa in un mondo che spesso ci anestetizza. In quei novanta minuti, attraverso gli occhi e il cuore, quel pallone di cuoio ci restituisce la cosa più preziosa: la certezza di essere vivi. Per novanta minuti soffriamo, speriamo, esultiamo, ci arrabbiamo e non pensiamo ad altro. È una forza d’attrazione a cui non puoi opporti. Avete presente la teoria del piano inclinato spiegata da Aldo in Chiedimi se sono felice?
“Se tu metti una pallina su un piano inclinato, la pallina comincia a rotolare, e per quanto tu possa provare a ostacolarla, la pallina arriverà sempre in fondo. “
Il calcio, per noi, è esattamente come quella pallina. Niente e nessuno potrà ostacolarla, nessun ostacolo, nessun tipo di inclinazione. Non c’è logica, non c’è razionalità, non ci sono “sono solo 22 uomini che corrono“, quella passione arriverà sempre in fondo, travolgendoti la vita.
Questa “malattia“, come la definiva splendidamente Pier Paolo Pasolini quando scriveva che “il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita”, non si scopre infatti da adulti. È un’infezione nostalgica che parte dall’infanzia. Tutti noi siamo stati contagiati nello stesso modo: quando per strada davamo calci a qualsiasi cosa vedessimo: una lattina, un sasso, un tappo di bottiglia. Era l’istinto primordiale e inconsapevole della ricerca della sfera.
Ricordiamo perfettamente la routine dei nostri pomeriggi d’infanzia, quando per fare una porta bastavano due felpe o due zaini poggiati a terra. Non servivano reti, non servivano linee di gesso: la traversa era immaginaria e l’arbitro era ‘a discrezione’. In quel rettangolo d’asfalto dell’infanzia, ognuno di noi ha provato una gioia pura. Bastava un pallone per sentirsi felice, ed è forse quello che ricerchiamo ancora da adulti.
Come raccontato nel meraviglioso film ‘Febbre a 90°’, il calcio ha la capacità unica di scandire il tempo della nostra esistenza: non ricordiamo gli anni per le date sul calendario, ma per chi giocava in attacco nella nostra squadra, per quella partita memorabile, per quel gol visto insieme a un padre o a un nonno che oggi non ci sono più, per quei momenti vissuti insieme agli amici che ci hanno permesso di mettere tutto da parte. Il calcio non è mai soltanto calcio. Diventa memoria, legame, identità.
Non è un caso che, tra Ottocento e Novecento, sia diventato lo sport popolare per eccellenza. Nelle città industriali inglesi, gli operai trovarono nei novanta minuti della domenica uno spazio di libertà e appartenenza. Per qualche ora sparivano la fatica della fabbrica, i problemi, le divisioni sociali. Per due ore mettevano tutto da parte per seguire semplicemente undici dei loro che sfidavano altri undici, dando calci a una palla. Con lo sviluppo dei campionati ufficiali, gli stadi iniziarono a riempirsi regolarmente di ceto medio e proletariato, consacrando il calcio come lo “sport popolare” per eccellenza.
Oggi lo scenario è radicalmente mutato. Il calcio è diventato un’industria gigantesca: calendari soffocanti, esigenze televisive, biglietti sempre più cari e di quell’identità comunitaria non sembra essere rimasto più nulla se non la passione viscerale delle curve. Il tifoso è stato declassato a cliente.
Oggi ai bambini viene negato l’accesso di una bandiera allo stadio, e per portare uno striscione d’amore o di protesta si deve essere autorizzati dalla burocrazia. I tempi cambiano, e non sta a noi stabilire se in meglio o in peggio, ma quello che è certo è che quella passione nata da bambini, continua a sopravvivere. Vive nei cori delle curve, nei tamburi, nelle bandiere sventolate, perché il calcio cambia, ma non cambierà mai quel bambino che, ancora oggi, sente accelerare il cuore davanti a un pallone che rotola.
A cura di Daniele Garofalo
