Mondiali – Ribaltone Argentina, l’Inghilterra è fuori dalla finale (1-2)

Messi con due assist guida la rimonta dopo lo svantaggio

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Ancora loro. Quelli dell’asado e della canzone propiziatoria. Sempre loro. Quelli dei nervi e del carattere, oltre all’immensa qualità. Quelli illuminati dalla grazia di Leo Messi e dalla determinazione di Lautaro Martinez. Il Toro decisivo, al minuto 92. Mai rassegnato al ruolo di riserva, capace adesso di prendersi tutta la gloria che merita chi risolve una semifinale mondiale in questo modo. Con un colpo di testa potente, su cross di Messi. Con il suo senso del gol, in mezzo ai giganti inglesi. Contro la Svizzera l’interista aveva sigillato il 3-1, stavolta invece prende l’abbraccio di tutta l’Argentina, nazionale e nazione. Lautaro carica tutti sull’aereo in direzione New York. L’ultima di Leo al Mondiale si terrà sul palcoscenico più illuminato, al quale miliardi di spettatori guarderanno domenica nel New Jersey.

 

 

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Concreti

La seconda finale consecutiva dell’Argentina conferma la solidità di un gruppo vincente, con Lionel Scaloni sono arrivate anche due coppe America, oltre al trionfo in Qatar. Come tra l’86 e il ’90, la Seleccion approda consecutivamente a un’altra sfida per il titolo. Allora c’era Diego, adesso c’è Leo. Gli argentini, questi argentini, sono specialisti nel ramo “aggancio con la storia”, sanno trovare quella spinta che ti fa andare oltre qualità e raziocinio. Annullano la fatica che a tratti emerge sempre, si rialzano in volo. Sembravano spacciati, dopo il vantaggio inglese e un primo tempo di risse e cattiverie. Invece mandano ko l’Inghilterra assediando l’area: due gol e due pali (di Mac Allister) dalla mezz’ora in avanti. Con i cambi giusti, mentre Tuchel li sbaglia tutti. Pensa che basti il 5-3-2 dopo un’ora. Resta solo dietro, ma in mezzo all’area ha troppe figure di cartone. E se inserisce le torri, subisce il pari da un assist rasoterra (Messi per il tiro di Enzo Fernandez) e il sorpasso da un cross e dal salto in alto di Lautaro.

Avanti

La Spagna resta favorita, per quanto mostrato nel torneo, soprattutto distruggendo tatticamente e tecnicamente la Francia. Ma con questa Argentina affettuosamente scriteriata, nel bene e nel male, obbligata e capace di ridare ai tifosi tutto il loro commovente affetto, qualsiasi risultato non sarà una sorpresa. La reazione dopo lo svantaggio dovrebbe aver preoccupato De la Fuente. L’Inghilterra all’84’ era in finale, ma esce di nuovo fra le lacrime. Ha buttato un’occasione colossale. La generazione di Kane e Rice avrà un’altra chance tra due anni, nell’Europeo di casa, per tentare di non restare una banda di perdenti. Ma nemmeno Thomas Tuchel trasforma un gruppo con individualità eccezionali in una squadra spietata quando c’è in palio un titolo. Anzi, proprio l’allenatore, come detto, ci mette del suo per propiziare il disastro finale, a differenza di Scaloni, allenatore sereno, semplice e vincente.

I motivi

Viste rivalità, caratteristiche e valore del match, non ci si aspettava una partita ricca di gentilezze, e le due squadre fanno di tutto per mantenere il profilo grintoso che i tifosi cercano. Per tutto il primo tempo i boati vengono provocati dai falli, dagli assalti all’arbitro (inadeguato), dalle lamentele collettive. Tuchel disegna l’Inghilterra a 4-2-3-1, calpestando i passi delle partite precedenti, però proponendo alcuni attori diversi, vedi Spence e Rogers. Non cambiano i compiti di Kane, a tutto campo. Suo il lancio che porta al gol. Bellingham viene spesso legato da un paio di rivali. Le aperture sulle fasce dovrebbero stanare gli argentini, capita a inizio ripresa. Da Rogers a Gordon, Molina in ritardo, 1-0. Spence a sinistra spinge molto, la ricerca degli spazi dietro le linee dipende dal tipo di pressione dei blu, in maglia portafortuna. Se alta, si cerca il lancio. Ma non ne escono opportunità da rete per 45’. Anche i campioni del mondo prima però vengono soffocati sul nascere. Messi si sa che è esentato dal pressing, quando si fa rincorrere dagli avversari, Anderson deve stenderlo prendendo un giallo già prima dell’intervallo. Leo tiene tutto per il finale. De Paul, stanco, viene lasciato in panchina. A destra corre il più fresco Giuliano Simeone, il cui padre fu protagonista della sfida del ’98, quando causò l’espulsione di Beckham. I ricordi di questa gara sono immensi, ma la Mano de Dios, il pugnetto-gol di Maradona agli inglesi di quaranta anni fa, li sovrasta tutti. Non ci sono furbate stavolta, ovvio, perché non sarebbero più nascoste, ma tanta tensione che in campo si nota sempre. Quando esce Simeone per De Paul cambia la partita. Ma è Lautaro l’uomo del match.

Fonte: Gazzetta

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