Maradona, il segreto del caffè e tanto altro. Tommaso Starace ai microfoni de Il Mattino

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  «Ecco il segreto del mio caffè»

 

«I momenti con Diego e Dries Mertens sono tutti bellissimi, non possono sceglierne uno solo»

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Calciatori, allenatori, presidenti e dirigenti. Ma se cerchiamo una sola persona testimone di ognuno dei 4 scudetti napoletani, allora dovremo cercare altrove. Ma non troppo lontano. Per tanti tifosi, infatti, Tommaso Starace è solo uno dei tanti volti del Napoli, un uomo che ha impegnato larga parte della sua vita con l’azzurro, che ha vissuto per il club e che ha fatto da collante tra la squadra e i campioni più importanti della sua storia.

Tra i protagonisti di questo centenario napoletano, senza dubbio, c’è anche lui: storico magazziniere (oggi, ma era entrato con un ruolo ben diverso anni fa) e cuore del gruppo Napoli, capace di resistere a tempeste, avvicendamenti, allenatori e società diverse. Capace di non dimenticare mai da dove si era partiti per insegnare ai più giovani quello che Napoli è stata. Quello che Napoli, soprattutto, è ancora oggi.

Era in campo con Maradona nel primo e secondo scudetto della storia azzurra. Diego e Tommaso erano così amici da avere un legame anche fuori dallo spogliatoio napoletano. Maradona lo voleva con sé anche quando giocava con la nazionale. I due legarono molto, ma non è l’unica volta. Poi il successo con Spalletti e quello con Conte un anno fa. Da Diego Dries, l’altro pezzo di cuore di Starace è sicuramente Mertens, coppia fissa negli anni del belga in azzurro. Da Careca McTominay, da Krol Osimhen, Starace è stato senza dubbio il napoletano più napoletano. Voce lucida e sicura anche ora, cinquant’anni dopo il suo primo giorno da napoletano.

Tommaso Starace, se le dico Napoli qual è la prima cosa che le viene in mente?
«Napoli è una città bellissima, è un immenso amore, una città che dice tutto e che ci porta ad essere tifosi della nostra città, perché abbiamo veramente tutto, solo che qualche volta potrebbe essere ancora di più».

Lei ha vissuto veramente tanti anni di questo club, c’è un momento particolare che ricorda e che porta oggi con affetto?
«I momenti sono tutti bellissimi, sin dal primo giorno che ho messo piede a Piazza Amedeo, nella sede del Napoli, fino a oggi.Sono passati tanti anni e ogni volta che entro allo stadio mi emoziono sempre di più».

 

C’è qualcosa che lei fa di solito con i calciatori per farsi apprezzare sempre così tanto, oppure è stato il suo essere così genuino il segreto?
«Per noi magazzinieri è sempre difficile arrivare ad avere un certo rapporto con loro, perché il calciatore è sempre un po’ restio a lasciarsi andare, ha paura che tu possa fare la spia o cose simili. Ma noi napoletani non siamo così».

Nei tanti calciatori che lei ha visto, che cambiamento ha avvertito tra quelli degli anni 70′ e quelli di oggi? Come sono cambiati nel tempo?
«Non sono cambiate le persone ma il sistema calcio. Una volta il calciatore era di proprietà della società, oggi il calciatore è proprietà di se stesso. E guarda i suoi interessi in tutto e per tutto».

Qual è stata la prima persona che le ha dato fiducia nel Napoli?
«Sono tanti. Le persone poi ti vedono, ti guardano, ti ascoltano e possono capire che fiducia possono darti. Dal direttore Vitale dell’epoca al mister Di Marzio che è stato con il Napoli a mister Conte. La fiducia bisogna conquistarla con le proprie mani».

Lei prima ci parlava di Piazza Amedeo, ricorda perfettamente il suo primo giorno all’interno del Napoli come club?
«Io all’epoca ero un ragazzo ed ero un gran tifoso. Anche ora lo sono, ma prima ero acerbo. Da fuori magari ti chiedi “perchè il Napoli non vince?”. Poi entri a far parte della famiglia e man mano inizi a capire tutte le dinamiche. Poi fortunatamente abbiamo iniziato a vincere anche noi, e per me è stata una cosa troppo importante».

I tifosi la chiamano l’uomo degli scudetti perché lei è stato così trasversale da viverli tutti e quattro, ci da un aggettivo per descriverli? Partiamo da chiaramente il primo, nel 1987 con Diego. Che successo fu?
«Il primo scudetto è stato straordinario. Siamo stati tre giorni, anche dopo la vittoria, negli spogliatoi a ripulire, non ci sembrava vero che avessimo vinto lo scudetto. Ma anche l’ultimo, è stata una cosa spettacolare, bellissima. Quello del 1990 lo ricordo con entusiasmo, perché eravamo lì ma non riuscivamo passare davanti, poi vincemmo a Bologna con Diego, Careca e i compagni, lì pensai che avevamo vinto lo scudetto».

Poi c’è stato Spalletti nel 2023, che vittoria è stata quella?
«La vittoria più bella è stata quella che abbiamo fatto a Torino con la Juve, perché è sempre la Juve, lo so. Noi napoletani abbiamo nel cuore la Juve, come abbiamo nel cuore il Napoli, al contrario ovviamente. Quella vittoria è stato il passo per poter andare verso lo scudetto. Il terzo scudetto è stata una cosa che veniva ormai man mano che passava il tempo. L’avevamo già quasi vinto a Natale. Poi abbiamo perso un paio di partite a marzo e mi sono preoccupato, ma alla fine non c’è stata storia».

E invece l’ultimo con Conte?
«È stato un successo catastrofico, non sapevamo mai come potesse finire la stagione. Eravamo lì pronti ad allargare le mani, sperando che il nostro Dio, che sarebbe Diego, ci facesse il miracolo».

Ci sono due calciatori che nell’immaginario comune sono le sue spalle, il primo chiaramente è stato Diego e quindi le chiedo qual è il momento più bello che la lega a lui?
«Con Diego non c’è mai stato un momento cattivo, ogni giorno era qualcosa di nuovo. Non è che gli altri non sono come Diego, però non si può dire com’era Diego, non si può spiegare. È difficile far capire alle persone com’era Diego, solo chi l’ha conosciuto può capire».

E per dieci anni lei è stato anche la spalla di Dries Mertens
«Dries è come Diego, non ci sono momenti particolari. Con lui abbiamo vissuto un’epoca bellissima, un momento spettacolare. Ci è mancato solo lo scudetto che non abbiamo vinto, però con Dries sono stati giorni e partite splendide».

Quando ha ricevuto la cittadinanza lei è stato tra i primi ad accoglierlo al ritorno a Napoli, siete stati insieme a lungo, che cosa vi siete detti?
«È stata una cosa bellissima per noi napoletani averlo cittadino napoletano. Dries è un ragazzo che si merita tutto questo. Non ci sono aggettivi per descriverlo».

In questi suoi anni di Napoli c’è qualcosa che farebbe in modo diverso?
«Chi lo sa, forse ci sarebbe, ma io non solo la persona giusta per cambiare il calcio. Oggi manca lealtà tra i vari club, le varie società. Ora la cosa è diventata “virale” ed è difficile da far capire alle persone».

Oltre Diego e Dries, ci dice altri tre calciatori a cui è rimasto legato in maniera particolare?
«Io mi lego a tutti perchè loro me lo concedono. Tutti mi hanno dato qualcosa. Diego perché si chiamava Diego, Dries perché si chiamava Dries, ma c’è il capitano di oggi Di Lorenzo. Poi io da ragazzo giocavo in porta, quindi i miei portieri sono tutto per me».

C’è un’altra cosa che l’ha resa famosa in questi anni, chi le ha insegnato a fare il caffè?
«Il primo a bere il caffè sono io perché lo devo assaggiare, se piace a me allora può piacere agli altri. Quando sono venuto a fare il magazziniere non c’era questa usanza del caffè. Si faceva e si lasciava sulla tavola. Ma per me era una cosa fatta male, era freddo, una “ciofeca” in poche parole, non era il caffè napoletano. E allora da lì ho iniziato a fare il caffè con le tre c, come si suol dire…»

Siamo nell’anno in cui il Napoli compirà 100 anni e lei ne ha vissuti tantissimi Se le dico 100 anni e Napoli, che cosa le viene in mente?
«Io sono con loro da 48 anni, quindi quasi la metà. Sicuramente mi vengono in mente i tanti momenti belli e le vittorie, ma anche quelli brutti. Quando siamo retrocessi in Serie B. Io ho pianto sia di gioia che di dolore. Io amo Napoli e quindi qui prova a dare sempre tutto me stesso. Vi lascio tanti auguri Napoli con cuore, con tutto l’affetto che posso avere. Un bacione a tutti i napoletani e Forza Napoli».

Fonte: Il Mattino

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