Napoli, estetica o risultato? Il peso dei gol azzurri!

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La vittoria roboante di venerdì sera contro la Cremonese permette al Napoli, e ad Antonio Conte, di scacciare i fantasmi delle ultime settimane. Il pareggio di Parma, che di fatto ha sancito l’addio al sogno Scudetto, e la deludente sconfitta interna con la Lazio, avevano attirato sui Partenopei critiche pesanti.  Eccessive se si considera una stagione martoriata dagli infortuni.

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Certo, non si può ridurre tutto alla sfortuna. Gli alibi esistono, ma hanno un limite: da Campioni d’Italia le aspettative erano altissime e la dispendiosa campagna acquisti estiva ha alzato l’asticella della pressione. Soprattutto sei hai in panchina Antonio Conte.

Eppure, tornando al campo, il verdetto della serata di venerdì racconta una storia diversa. Il marchio di fabbrica di Antonio Conte non è mai stato la goleada. Quello contro i grigiorossi è un poker che mancava da quasi due anni: 15 settembre 2024 (0-4 contro il Cagliari).

Nel biennio con il tecnico salentino sono arrivati uno Scudetto e una Supercoppa, traguardi vitali per una piazza come Napoli. Eppure, una parte della tifoseria continua a lamentare una scarsa attitudine offensiva. Il calcio di Maurizio Sarri e il tricolore di Luciano Spalletti hanno probabilmente “abituato male” un pubblico che oggi fatica a digerire il cinismo leccese.

Analizzando il rendimento sotto la voce dei gol, si nota come la trasformazione del Napoli sia iniziata dopo l’addio di Walter Mazzarri, tecnico che permise al Napoli di iniziare a vedere il tavolo dei grandi in Europa.

L’arrivo di Rafa Benitez nel 2013 portò top player e una mentalità internazionale che mancava dai tempi di Maradona. Lo spagnolo chiuse le due stagioni con 77 e 70 gol all’attivo.

Con Maurizio Sarri, poi, la musica cambia: la stagione dei 91 punti resta un manifesto di estetica applicata al calcio, conclusa con ben 94 gol (preceduta da annate di 80 e 77). Una marea di reti che però, paradossalmente, non portò titoli.

Dopo Sarri è stata la volta di Carlo Ancelotti. L’avventura del tecnico emiliano, conclusasi bruscamente nel dicembre del suo secondo anno, non è riuscita a replicare quanto visto sulle panchine precedenti, pur mantenendo una media alta con 74 gol.

Arriva poi Gennaro Gattuso (86 gol nella stagione 2020/21 e una Coppa Italia) e l’era Spalletti, culminata con il terzo Scudetto dopo 33 anni e stagioni da 74 e 77 reti.

Il post-Spalletti è stato un calvario: tra Garcia, Mazzarri e Calzona, il Napoli è naufragato al 10° posto con la miseria di 55 gol segnati.

È qui che si inserisce Antonio Conte. Un tecnico che nonostante tutto, ha riportato lo Scudetto all’ombra del Vesuvio vincendo un testa a testa emozionante con l’Inter.

I gol segnati? 59. Appena quattro in più rispetto all’anno del disastro, con la differenza che stavolta sono serviti a cucire il tricolore sul petto.

Fare tanti gol non è sinonimo di superiorità, specialmente in un campionato chiuso come quello italiano. La vittoria di venerdì dimostra che il Napoli può colpire forte, ma la sua vera forza risiede altrove, ed è forse questo che è mancato quest’anno (27 i gol presi lo scorso anno, 33 quest’anno con un campionato da terminare).

Il Napoli, e i tifosi, si trovano davanti a un bivio. La memoria romantica riporta i ricami di Sarri e le accelerazioni di Spalletti, ma la bacheca parla un linguaggio diverso: quello della solidità. Se i 55 gol della stagione del disastro avevano il sapore del fallimento, i 59 di quella successiva hanno il colore dell’oro.

Il Napoli di Conte non sarà mai una macchina da gol, ma tra un 4-3 e un 1-0 che porta il titolo, la storia non ha mai avuto dubbi su cosa scegliere.

 

A cura di Daniele Garofalo

 

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