L’Italia resta fuori dalle semifinali, perché non funzioniamo più?

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Martedì torna la Champions League con le semifinali, e con essa a seguire Europa League e Conference. All’occhio risalta subito, nessuna squadra italiana. Sicuramente il nostro calcio ha avuto delle flessioni in questi anni, eppure una squadra italiana, tra le principali semifinaliste, c’è sempre stata. Per la prima volta dal 1986, l’Italia non porta nemmeno una squadra in semifinale nelle principali coppe europee.

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Perché all’estero non funzioniamo più? In parte la risposta è scritta nei tabellini della nostra Serie A. Su 330 partite giocate, il 34% delle volte il primo tempo è terminato in pareggio. In Italia si preferisce conservare. Le squadre pensano a distruggere il gioco altrui piuttosto che a creare il proprio. Se giochi 38 partite così, quando arrivi in Europa e trovi una squadra che va forte per 90 minuti, il nostro sistema va in corto circuito.

Il tatticismo esasperato, le difese a tre che diventano a cinque, la paura di scoprirsi, di prenderle: non è brutto calcio in senso assoluto, ma è un calcio che in Europa è diventato inefficace.

Se l’apice recente è l’Europa League vinta dall‘Atalanta di Gasperini (con soli tre italiani in campo), è pur vero che la stessa Dea è uscita l’anno dopo contro i belgi del Brugge. Non abbiamo continuità.

Siamo rimasti ancorati all’idea che arrivare in finale sia un trofeo, dimenticando che per vincere serve un’intensità che il nostro campionato non allena più.

Il ricordo più dolce? Il Triplete dell’Inter di Mourinho nel 2010. Ma ricordate chi c’era in campo quella notte a Madrid? Zero italiani. L’unico a toccare il prato fu Materazzi, entrato al minuto 92. Quello che credevamo fosse il rinascimento del nostro calcio era, in realtà, il trionfo di un modello che dell’Italia usava solo il marchio, non il talento dei suoi figli. L’Inter del 2010 non è un successo del sistema Italia.

15 anni dopo, la stessa Inter ne prende 5 in una finale (record storico), sintomo che il calcio italiano non ha fatto passi in avanti rispetto al resto d’Europa. Mentre il resto d’Europa balla al suono di una techno, il calcio italiano è rimasto un vinile graffiato. Dopo il 2010 le italiane hanno disputato 10 finali in Europa, vincendo solo 2 volte.

Non tutti i campionati trasmettono la stessa emozione, ed è anche questo il bello del calcio, ma soprattutto delle coppe europee, che mettono a confronto stili di calcio diversi.

In Premier League osserviamo gol, intensità e ritmo, in Serie A spesso lo spettacolo sembra svanire, con partite bloccate, ritmi bassi, pochi tiri in porta, molti pareggi a reti bianche.

Perché oggi il calcio italiano sembra arrancare sul piano dello spettacolo e dei risultati internazionali?

Negli anni ’80 e ’90 il nostro calcio era il più studiato al mondo, oggi il timore di sbagliare ha preso il posto del desiderio di osare. Oggi, la velocità conta più della perfezione. Meglio vincere 4-3 che pareggiare 0-0. È questa la differenza tra chi gioca per non perdere e chi gioca per emozionare. Questo approccio genera più errori, certo, ma anche più emozioni. E per il pubblico moderno il calcio italiano può sembrare un film in bianco e nero in un’epoca di streaming 4K.

Si può partire dalle statistiche, che non determinano il tutto, ma contribuiscono ad elaborare un pensiero.

Nelle ultime stagioni, la media gol per partita in Serie A si aggira attorno a 2,6, mentre la Premier League supera i 3. Il numero di partite concluse 0-0 in Italia è quasi il doppio rispetto al campionato inglese. In Premier si tira mediamente 13-15 volte a partita, in Serie A spesso si scende sotto la soglia dei 10. Questo non significa che la Serie A non abbia qualità, le squadre italiane difendono meglio di chiunque altro, ma lo fanno spesso a scapito dello spettacolo: il calcio italiano tende a controllare, non a rischiare.

Il settimo turno di Serie A è entrato nella storia per un primato poco entusiasmante: solo 11 gol segnati in 10 partite, il dato più basso di sempre. Inoltre, il campionato italiano è quello in cui entrambe le squadre segnano di meno, il 46% dei match, meno della metà.

Sia chiaro, il fulcro principale non è che se si segna di più, si è “migliori” o più forti, consideriamo il Barcellona di Flick che ha sì una media gol spaventosa, ma che accetta anche il rischio di subirne altrettanti. Il problema reale è che in Europa il nostro calcio non funziona più, e il nostro campionato, soprattutto, non è un allenamento propositivo per l’Europa.

Il nostro calcio deve decidere se vuole tornare a essere protagonista o se si accontenta di essere un bellissimo museo del tempo che fu. Perché fuori, nel frattempo, la musica è cambiata. E noi non abbiamo più il ritmo per ballarla.

 

A cura di Daniele Garofalo

 

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