Approfondimento – Punto di non ritorno sui mali del calcio e altro. Ipotesi di una “decrescita felice”

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29Le considerazioni di Maurizio Santopietro

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Fine 1995. Anche i calciatori hanno un’anima, ora è ufficiale. Oltre all’anima hanno

perfino un potere decisionale su se stessi e sul proprio destino, o almeno così si dice.

Possono stabilire se restare dove sono o trovarsi una squadra in cui giocare a condizioni

più vantaggiose (o meno pesanti). Cosa volere di più? Tutto ciò è reso possibile da una

delibera che ha fatto storia (e giurisprudenza) nel mondo del calcio. È la celeberrima

sentenza Bosman. Il 15 dicembre di 27 anni fa la Corte di Giustizia delle Comunità

Europee accoglie le istanze del calciatore belga Jean-Marc Bosman. Dandogli ragione, la

Corte stabilisce un principio destinato a modificare per sempre il rapporto fra un

giocatore e la società di appartenenza. Una vicenda della quale spesso si parla ma di cui

in pochi casi viene approfondita l’importanza. Una storia da ripercorrere e da capire per

l’ampiezza delle conseguenze. Ma anche uno spaccato personale dal sapore molto più

amaro che dolce.” Scriveva Diego Mariottini (Guerin Sportivo, 20220), individuandone

la rivoluzione nel rapporto fra club e giocatore in Europa, nonostante la bontà dei

principi fossero ispirati da istanze di giustizia. Si è passati così dalla gestione del

calciatore-dipendente quale “proprietà mobiliare” della società, che aveva anche il potere

di disporre il trasferimento in altre squadre (e relativa città) senza il suo consenso.

Insomma, il calciatore rischiava di acquisire lo status di oggetto, di “pacco postale” in

caso di cessione. A questa condizione di palese iniquità, si contrappose la sentenza

Bosman, ma l’effetto fu lo sbilanciamento del potere contrattuale a favore del

dipendente (il giocatore) nel rapporto col datore di lavoro (il club), equiparando la natura

sportiva delle prestazioni professionali agli altri lavori ordinari. I calciatori si sono

ritrovati così assumere dei procuratori per massimizzare i loro profitti come “aziende

private”, soprattutto nelle fasi precedenti la scadenza contrattuale. I club si sono visti

costretti” a riacquistare i loro “servigi”, dopo aver sostenuto il costo dell’ingaggio

iniziale e l’esborso per l’acquisto. Insomma, ci ritroviamo che il calciatore professionista

ha i vantaggi che un comune lavoratore dipendente non ha, potendo scegliere dove

andare e a che cifre e dove giocare a sei mesi dalla scadenza del contratto. Sappiamo che

già a un anno della fine scende il prezzo, che potrebbe richiedere la società

d’appartenenza, cala notevolmente. Questa situazione ha esasperato i costi di gestione

dei club, crescendo i compensi dei calciatori fino a cifre irrealistiche. In conseguenza di

ciò, le televisioni pubbliche e private, portando liquidità alle leghe calcistiche e, quindi, ai

club, hanno di fatto trasformata la vera essenza sportivo-agonistica del gioco del calcio

in evento di intrattenimento televisivo, determinando l’organizzazione dei vari

campionati al fine di massimizzare la vendita del “format” secondo i propri interessi.

Questa “conditio sine qua non” è stata la causa iniziale che ha prodotto da tempo il

fenomeno del “calcio spezzatino”, venendo meno il principio della sportività: giocare

tutte la partite del campionato e delle gare europee nello stesso giorno e allo stesso

orario! E quanto era bello, oltre che “romatico”!..A ciò si aggiunga anche l’applicazione

delle leggi del marketing, che ha avuto, come conseguenza, il mostruoso aumento del

numero di partite giocate, mettendo in serio rischio la salute dei calciatori e la qualità del

gioco espresso, obbligando i club a rose di 25/30 calciatori. Addirittura la UEFA e la

FIFA, adeguandosi alle “supreme” leggi del mercato, a dispetto delle esigenze dei

calciatori, si sono inventati due obbrobri: la “Nation League” e un mondiale nel Quatar,

per la realizzazione del quale, ricordiamo, sono morti “più di 6.500 lavoratori migranti

provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka […]”, (Lo rivela il

Guardian, citando fonti governative. 23 mar 2021), senza che nessuna istituzione

internazionale intervenisse a denunciare e a fermare il gravissimo accaduto! La UEFA ha

poi stabilito un torneo inutile, che comprime ulteriormente un calendario internazionale

già al colmo, aggravato dalla trovata della FIFA che, oltre alla follia del mondiale in un

periodo assurdo e in un contesto non credibile, ha anche aumentato il numero di partite

per l’accesso al Mondiale, prevedendo degli spareggi, quando sarebbe bastato far

qualificare le prime due di ogni girone come prima. E’ possibile ritornare indietro senza

gettare “il bambino con tutta l’acqua sporca”?… E’ possibile se si rinunciasse ai guadagni

provenienti dalle televisioni, innescando così un circolo benefico in cui la riduzione

sostanziale dei costi di gestione dei club ricadrebbe sull’entità degli ingaggi dei calciatori

e riportando alla normalità il calcio nella sua essenza originale, per una decrescita

veramente felice e realistica!!. Pura utopia?”

A cura di M. Santopietro  ©

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