Gennaro Gattuso: “Ora non sento il peso di questa gare”

«Da calciatore quando affrontavo gare del genere ne sentivo il peso però adesso è tutto differente»

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Dentro o fuori: ma in quella bolla, piaccia o no, si sta egualmente bene. E magari, danzando nel vuoto pneumatico che circonda, s’arrivasse sino a Lisbona: è il calcio di adesso, e ha un valore e semmai anche un senso; e poi è Barcellona-Napoli, che non si vive ogni giorno, men che meno in un ottavo di finale capace di spalancare un sogno. «Noi ce la giochiamo e siamo qua per fare una grandissima prestazione». E’ una serata speciale, ma è sempre undici contro undici, e si può ringhiare alla luna, in quest’ora e mezza strana eppure contagiosa, d’avere una propria identità, che va al di là delle etichette, che straccia un linguaggio convenzionale, che lascia a Gattuso l’espressione vaga di chi lascia scivolarsi addosso le provocazioni d’un tempo che è passato: gli sbagliano il cognome, e pazienza, e poi gli danno anche del catenacciaro, e va bene egualmente, perché se c’è un prezzo da pagare per andarsi a sedere al tavolo dei «Grandi», se ne farà una ragione.

«E’ strano il modo in cui vengono lette le statistiche: noi abbiamo una nostra organizzazione, che è ben altra cosa del difensivismo. Ma pazienza, andiamo oltre, so che nella mia carriera da calciatore ho fatto tante cose attraverso un modello di calcio che è differente da quello inseguito attualmente. E comunque, se da giocatore quando affrontavo gare del genere ne avvertivo il peso, adesso è diverso».

Ora, lucidamente, bisogna industriarsi a lavorare sui limiti del Barcellona e sui propri pregi, sapendo che gli «appelli» saranno eventualmente finiti. «Insigne sta bene, si è allenato, ma deve essere lui a dirmi che è in condizione al 100%». 

 

 COME AL SAN PAOLO?

Ma voi la ricordate? Sono passati 165 giorni, però qualcosa resta, e non è un caso che Gattuso abbia in testa i dieci-undicesimi di quel Napoli lì, quello che impose l’1-1 al Barcellona e uscì dal campo con i rimpianti. Non c’era Koulibaly, in quella sfida, però tutti gli altri «scelsero» di osservare e poi colpire, aspettare e ripartire, in una partita strategica e «diversa»: 33% possesso palla, 7 tiri, e anche solo 7 falli in totale, appena due calci d’angolo. Eppure Messi stava lì di fronte, privo di Luis Suarez vero ma in un Barça che Setien s’era appena preso.

Vai a capire cosa frullerà nella testa di Gattuso, stavolta: «Noi sappiamo che sarà una partita molto difficile e sappiamo cosa vale il Barcellona e sappiamo che dobbiamo fare una grande prestazione, tecnica e tattica, e potrebbe non bastare».

Ma poi, tutto quello che è nascosto nella magìa di questa notte, andrà scoperto un po’ alla volta, perché novanta minuti sono tanti e potrebbero (persino) non bastare: non ci sarà fretta, e neanche un pizzico di paura, né acido lattico che soffocherà i muscoli impastati, e

pazienza se anche il Camp Nou andrà attraversato nella sua atmosfera surreale: «Questo non è sport, perché senza pubblico il calcio non è tale… Abbiamo giocato ogni tre giorni, con tanto stress, tanta fatica, e non so chi tra noi e loro possa essere considerato avvantaggiato. La nostra fortuna è stata vincere la coppa Italia, ma questo ci ha frenato: i numeri dicono che in questo periodo siamo migliorati nel possesso e abbiamo creato tante occasioni che non abbiamo sfruttato».

Stavolta no, stavolta è vietato sbagliare: non capiterà spesso di ritrovarsi la palla giusta, quella che con un tocco, anche un solo, può spedire tra nella Storia. «C’è la consapevolezza di dover affrontare una delle squadre più forti e non aver vinto niente darà al Barcellona ancora più forza. Bisognerà scalare l’Everest». Le stelle stanno appena un po’ più su, si sfiorano e quasi si toccano.

Ant. Giordano (CdS)

 

 

 

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