Le parole del difensore ex Napoli nell’ora più buia dei due Paesi a lui cari

«Spagna e Italia E’ una guerra lottiamo uniti»

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La mano di Raul  Albiol, lo spagnolo è  padre e l’uomo, tiene strette quelle di tanti italiani. Conosciuti e sconosciuti: «Italia e Spagna sono i Paesi più colpiti e in difficoltà: e sì, dobbiamo restare uniti e andare avanti mano nella mano. Tutti noi. Tutto il mondo contro questo casino».

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Sarà un caso, o magari sarà perché ormai Covid-19, la pandemia da coronavirus, è diventata l’ombra gelida della nostra quotidianità, ma lui in mezzora abbondante di chiacchierata non la nomina mai. Mai.

Neanche una volta. Curiosità, un dettaglio appena; fatto sta che il Casino, come dice Albiol in un italiano ancora ottimo seppur screziato di evidenti tracce di valenciano, è un termine veloce e immediato che inquadra perfettamente la portata di un guaio di nome pandemia.

La vita di Albiol, come quella di miliardi di altre persone nel mondo, in questo momento è sospesa, bloccata, “quedata en casa” come dicono a Puçol, spicchio azzurro della Comunità autonoma Valenciana di 19mila abitanti sospeso tra Valencia e Vila-real, dove si respira aria di mare e d’estate si contano i turisti. «Di questi tempi, però, è un deserto». Certo, sì, le scene sono identiche un po’ ovunque: poche anime in giro se non gli angeli travestiti da medici e infermieri, le forze dell’ordine, l’irriducibile popolo delle attività essenziali e l’esercito dei supermarket. «Sì, puoi andare a fare la spesa, ma personalmente non sono mai uscito. Mai in tre settimane». Giusto un po’ d’aria in giardino e poi gli allenamenti individuali studiati dal preparatore del Villarreal, la sua nuova squadra dopo sei anni e sei stagioni con il Napoli. Allan lo chiamava el Patron sia per celebrarne il carisma, sia per scherzare un po’ sull’onda della serie televisiva dedicata a Pablo Escobar; e tutti oggi lo ricordano come un grandissimo difensore. Uno dei migliori. Uno dei più rimpianti.

«Napoli manca anche a me, a mia moglie e ai miei figli: quando questo casino finirà, perché finirà, torneremo». 

 In vacanza, intende.
«Sì, a trovare gli amici: mi manca Lello, un fratello più che un amico. Mi mancano i compagni. Mi mancano Mario, il portiere del palazzo in cui abitavo, e tante altre persone. Sa cosa?».
Cosa.
«In realtà io e la mia famiglia saremmo dovuti venire in questo periodo. Tra marzo e aprile. Approfittando di una pausa delle scuole».

E invece è andata così. E’ andata che bisogna difendere se stessi e gli altri: surreale, vero?
«E’ incredibile quello che sta capitando, una cosa nuova per tutti. Un colpo durissimo: si vive male, con enorme tristezza e lontani dai familiari e dalle persone care. E si contano i morti, si combatte con la paura. Si piange».

Lei ha mai pianto?
«Sì, è capitato ascoltando le esperienze della gente che non conosci e guardando le immagini trasmesse dalla Spagna, dall’Italia, dalla Cina. Tutto il mondo è unito nella sofferenza. E la sofferenza fa male».

L’Italia e la Spagna sono i Paesi maggiormente colpiti dal Covid-19.
«Tante persone sono contagiate e tante sono morte. E stanno morendo. Voi siete due settimane avanti, ma ora anche qui le terapie intensive sono in sofferenza e negli ospedali mancano attrezzature, respiratori e mascherine. Attendiamo aiuti proprio come voi».

Lei possiede una mascherina?
«No. Né io, né la mia famiglia. Ma siamo chiusi in casa, speriamo al sicuro, al contrario dei medici, degli infermieri e del personale sanitario che lavora senza sosta e combatte ogni giorno per aiutare tutti noi. Per recuperare i malati, per alleviare le sofferenze di chi sta male o addirittura malissimo. Dobbiamo aiutarli e sostenerli in ogni modo possibile. Bisogna restare uniti e, ripeto, soprattutto aspettare in casa che finisca questa specie di guerra biologica: è l’unico modo per dare una mano a loro e anche alle persone più anziane e maggiormente esposte ai rischi. Personalmente non vedo i miei genitori da un mese, ma stanno bene e mi basta questo».

Conosce persone contagiate?
«Sì, ma per fortuna stanno abbastanza bene. Ho letto anche di Pepe, Reina, ma non l’ho ancora sentito».

Ha mai parlato con Hamsik? Lui vive la Cina.
«No, non ancora. Parlo invece con Callejon, Fabian, Ospina, Koulibaly e Allan. Con i terapisti. I vecchi amici del Napoli».

A proposito, divagazione: Mertens e Callejon sono in scadenza di contratto ed esiste il rischio che vadano via come ha fatto lei un anno fa.

«Dries è un fenomeno, è speciale. E’ un top, un crack: anche con Benitez entrava dalla panchina e ti cambiava la partita. E’ sempre parso chiaro che fosse diverso dagli altri, a prescindere dal record di gol: tutti vogliamo vederlo ancora con la maglia del Napoli, me compreso, ma è ovvio che la scelta spetta a lui. E sarà una scelta di vita».

Anche Callejon è un grandissimo.
«Assolutamente. Ma come Dries, José non ha più 22 anni e deve fare una scelta complessiva, familiare. Comunque, ora è impossibile parlare di mercato».

 Per la verità è difficile parlare proprio di calcio.
«Sì, in questo momento la priorità mondiale è la salute. E tra l’altro sarà difficile concludere i campionati: mancano due mesi a giugno e per recuperare la normalità bisogna attendere un bel po’. Magari anche quattro o cinque mesi».

Lei, a 34 anni, avrebbe potuto disputare l’ennesimo Europeo con la Spagna: ci ha pensato?
«Non so, forse c’era la possibilità o forse no. Però è più giusto che non si giochi e che saltino anche i Giochi di Tokyo. Lo sport è passato in secondo piano».

E pensare che quest’anno il campionato italiano era diventato appassionante sul serio.
«Sì, una bella corsa tra Juve, Inter e Lazio. Una grande Lazio, la vera sorpresa: nessuno se l’aspettava, ma ha dimostrato di essere fortissima e di avere anche la mentalità giusta per tenere il ritmo dei bianconeri».

La Champions è stata sospesa troppo tardi, secondo lei?
«All’epoca nessuno s’aspettava una tale diffusione, ma ora è normale dire: sì, hanno sbagliato. Penso al Valencia, ad esempio, che ha giocato con l’Atalanta a Milano. Una delle zone più colpite in assoluto: penso tanto anche a loro, a tutta l’Italia oltre che alla Spagna, all’Europa, alla Cina e al mondo intero. Non esistono Nord, Sud e colori della pelle: siamo tutti uguali e uniti nell’amore. Sarebbe bello mantenere lo stesso spirito di solidarietà e fratellanza anche dopo questo casino».

Le manca il calcio?
«Mi manca, certo. Mi manca la mia vita: i compagni, gli allenamenti, le partite. Ma bisogna restare a casa, punto e basta: il calcio è contatto; e il contatto è pericoloso».

Lei è stato sottoposto al test Covid-19?
«Sì, e sono risultato negativo».

Comincia a emergere ovunque, intanto, la questione stipendi. O meglio, del taglio degli ingaggi dei calciatori.
«Non so cosa accadrà, bisogna parlare con le società e arrivare a un accordo: è ovvio che i club perderanno soldi se non si concluderà la stagione, e così, considerando che dovremo stare fermi un bel po’, credo che la migliore soluzione sia accordarsi. Non immagino problemi: bisogna andare avanti insieme mano nella mano».

Come trascorre le sue giornate in casa? La signora Alicia l’ha mica messo ai fornelli?
«No, non mi fa cucinare! Però do una mano, quello si, e dopo la colazione aiuto a preparare le postazioni studio per i miei quattro figli, alle prese con le lezioni online. Poi mi alleno mattina e pomeriggio, leggo, guardo film, serie e notiziari. Ascolto musica, facciamo la spesa online e ho ricominciato a giocare con la PlayStation. Sono tornato ragazzino. E apprezzo l’unico lato positivo di questa storia».

Ovvero?
«Trascorrere tanto tempo con la mia famiglia. Sono fortunato per questo e perché stiamo tutti bene».

Anche il Napoli, la sua amata ex, aveva ricominciato a godere di buona salute prima del blocco.
«Sì, peccato, si sono fermati sul più bello. E anche in Champions avevano possibilità di superare il turno con il Barça. La squadra, la città e la gente sono nel mio cuore, è stata un’esperienza fondamentale della mia vita: andare via è stato brutto per tutti noi, però siamo convinti di essere tornati in Spagna nel momento migliore. E l’interesse del Villarreal è stato decisivo».

Sa cosa dicono spesso da queste parti? Che senza di lei, Koulibaly ha perso il suo punto di riferimento.
«Dopo tre stagioni mostruose, oltre all’infortunio, Kalidou ha accusato un po’ di stanchezza fisica e mentale. Tutto qua, può capitare: tornerà presto sui suoi livelli, so bene come lavora e conosco la persona».

 E la vita, invece, quando tornerà a essere quella di sempre?
«Spero presto. Nel frattempo riflettiamo e proviamo a imparare da questa esperienza: quando tutto sarà finito potremmo essere migliori. Più semplici, più onesti, più uniti, più generosi. Più uomini».  Fonte: CdS

 

 

 

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