I re delle panchine azzurre vincitori di 64 titoli, da Benitez a Conte

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Sfogliando l’album delle foto dei convegni dei top coach organizzati dalla Uefa presieduta prima da Platini e poi da Ceferin nella sede di Nyon si vedranno facce note per i tifosi del Napoli. Quelle di allenatori che De Laurentiis ha ingaggiato negli ultimi anni, dando forza a un progetto che stato esaltato dagli scudetti vinti da Spalletti Conte, appunto due di quei tecnici. Ci sono stati prima Benitez Ancelotti e adesso arriva Allegri, che nella sua carriera ha giocato 100 partite di Champions League, arrivando con la Juve a due finali, perse contro Barcellona e Real Madrid. Non è un elenco di nomi, così come il numero dei trofei conquistati da questi cinque allenatori prima e durante l’esperienza napoletana – 64 – non rappresentano un mero dato statistico ma sono la conferma del progetto diventato competitivo stagione dopo stagione, con un solo picco in basso: il decimo posto del 2024.Nella centenaria storia azzurra vi sono stati allenatori di alto livello, ma quasi nessuno quando è arrivato qui era un vincente. Lo sono diventati Bianchi e Bigon, che hanno conquistato con gli azzurri nel 1987 e nel 1990 gli unici scudetti delle loro carriere. Gli ultimi titolati – pre fallimento – erano stati Pesaola e Boskov, campioni con la Fiorentina e il Real Madrid. Ma erano contesti totalmente differenti dagli attuali. Quando era dg del Napoli, all’inizio degli anni Ottanta, Juliano chiese all’amico Nello Di Martino che viveva a Berlino di contattare Happel ma aveva già firmato con l’Amburgo, poi vincitore della Coppa dei Campioni ai danni della Juventus.

 

Ai tempi di Diego il Napoli pensò a Trapattoni e Sacchi, ma non si spostarono da Torino e Milano. Invece, nella primavera 2013, De Laurentiis con un blitz a Londra riuscì a convincere Benitez, che aveva vinto una Champions con il Liverpool e una Coppa del mondo per club con l’Inter post Mourinho, a trasferirsi a Napoli. E si aprì in quel momento la fase della cosiddetta internazionalizzazione della squadra, con calciatori presi dal Real Madrid e dal Liverpool e con Mertens, che sarebbe diventato – grazie a una intuizione di Sarri – il più grande realizzatore azzurro di tutti i tempi con 148 reti.

Benitez chiuse il suo biennio senza vedere attuato il piano per la costruzione di un centro sportivo di proprietà e per la valorizzazione del vivaio, progetti tuttora da sviluppare. Se Rafa era arrivato dopo una Champions, Ancelotti si presentò a Napoli nella primavera 2018 dopo averne conquistate tre. Chiarì subito che le prospettive della squadra erano differenti rispetto a quelle di Milan, Real Madrid, Chelsea, Psg e Bayern. Non riuscì a lasciare un segno tangibile perché venne esonerato a metà del campionato 2019-2020 e sembrò che fosse per lui fosse iniziata la fase calante perché in precedenza c’era stato il licenziamento dal Bayern vincitore della Bundesliga. Non era così e si è visto nei successivi anni a Madrid: è arrivato a 31 trofei nella sua carriera, nessuno come lui al mondo.

Tranne l’errore compiuto dopo il terzo scudetto, De Laurentiis ha sempre avuto chiaro un punto: la necessità di avere accanto un tecnico di primo livello e di forte personalità. Ecco perché, alla fine, ha risolto in pochi minuti il dubbio se ingaggiare Allegri o Italiano per sostituire Conte. Nel 2021 c’era stata la scelta – azzeccatissima – di Spalletti, che aveva gestito situazioni complesse negli spogliatoi della Roma (Totti) e dell’Inter (Icardi) e aveva voglia di rivincita dopo due anni di riposo. Tra “primo” e “secondo” tempo, come lui definì le stagioni del terzo posto e dello scudetto, riuscì a realizzare un’opera non facile, anche perché dopo il primo anno il Napoli era stato smantellato e ricostruito. Serviva aria nuova nello spogliatoio e la portarono Kvara e Kim, uniti a Osimhen che visse con Luciano i suoi migliori campionati. Conte perse Victor ma ottenne Lukaku, che segnò gol pesanti per il quarto scudetto, anche se l’effetto più importante del mercato 2024 è stato l’ingaggio di McTominay, arrivato dal Manchester United, a conferma di una credibilità del progetto Napoli (e del suo tecnico) apprezzata anche in Premier League, il massimo torneo mondiale.

Spalletti aveva vinto in Russia, mai in Italia. Decise di chiudere con il Napoli dopo il trionfo del 4 maggio 2023 perché non c’era feeling con De Laurentiis e l’automatico rinnovo del contratto gli era apparso come una forzatura. Dopo due anni è andato via anche Conte, sciogliendo con una stretta di mano il vincolo per la successiva stagione. Aveva subito toccato il cielo con un dito, vincendo al primo anno lo scudetto, e questo ha paradossalmente ridotto il margine di crescita della squadra, peraltro colpita da troppi infortuni. È stato problematico l’assemblaggio dei giocatori nuovi, come Conte disse dopo la sconfitta a Bologna di inizio novembre con toni forti. Per fortuna non ha accompagnato “il morto” ma una squadra che si è battuta con le residue forze fino a conquistare il secondo posto dopo la Supercoppa. E adesso Allegri, da tempo un pallino di De Laurentiis. Ha firmato per tre anni. Nessuno dei top coach ingaggiati dal presidente è andato oltre il biennio, per propria scelta o decisione del club. Gli ultimi due allenatori azzurri, Antonio e Max, hanno conquistato nella loro carriera 12 scudetti tra Milan, Juve, Chelsea, Inter e Napoli. «Chi vince scrive la storia gli altri la vanno a leggere» è ciò che disse Conte a inizio maggio 2025, quando il duello scudetto con l’Inter si accese anche sul piano mediatico. Il Milan di Allegri è stata l’unica squadra ad aver battuto due volte l’Inter di Chivu nel campionato dello scudetto nerazzurro: si ricomincia da qui.   Fonte: Il Mattino

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