Panzanato, figlia di Dino, ex Napoli: “Adesso sto conoscendo mio padre”
Elena Panzanato, figlia dell’ex difensore del Napoli Dino, ha parlato in un’intervista a Il Mattino.
«Adesso sto conoscendo mio padre». Elena Panzanato è la figlia di Dino detto Titta, classe 1938, difensore del Napoli per nove stagioni, con 249 presenze e 3 gol dal 1964 al 1973. È scomparso sette anni fa a Modena, dove s’era fermato con la famiglia al termine della carriera. «Così volle mia madre Franca, salvo pentirsi: mio padre sarebbe rimasto a vita a Napoli». Elena è tornata qui per un viaggio nei ricordi, sollecitato dai messaggi di vecchi tifosi ricevuti su Messanger. «Mi hanno scritto cose bellissime su mio padre. E pensare che le ultime partite al San Paolo le giocò più di mezzo secolo fa, nel ‘73. Io sono nata a Napoli, però quando siamo rientrati a Modena avevo 8 anni e i ricordi erano pochi. Ho ricostruito la storia di mio padre attraverso i racconti di quei tifosi e dei suoi compagni: Abbondanza, Cané, Improta, Montefusco. Parlando con loro mi è anche venuta l’idea di scrivere un libro su Titta Panzanato: un calciatore leader, un gladiatore che non aveva mai paura di un avversario».
Ha raccolto anche le testimonianze del giornalista Adolfo Mollichelli, storica firma del Mattino, e del radiologo Dino Alinei, collezionista di pregiati pezzi della storia ultracentenaria del Napoli. «E quanti cimeli aveva di mio padre: io in casa non avevo neanche una foto… Papà non parlava del Napoli e in generale del suo passato da calciatore. Ecco perché l’ho riscoperto nel mio viaggio a Napoli, dove un tassista non ha voluto farmi pagare la corsa quando gli ho detto che ero la figlia di Panzanato. Dove sarebbe potuto mai accadere?».
Tifosi e compagni le hanno ricordato una data, una partita, una rissa. Domenica 1° dicembre del ‘68, il Napoli che batte la Juventus con una doppietta di Montefusco e in campo è battaglia: i bianconeri aggrediscono l’ex Sivori e Panzanato si lancia in difesa del Cabezon. I pugni a Salvadore costano una pesantissima squalifica: 11 giornate, poi ridotte a 9. «Un giorno di tanti anni fa a Modena si presentò Sivori e chiese a mio padre di accompagnarlo in tv a parlare di quella partita. Rifiuto netto: “Omar, vacci tu”. Ho letto di quel Napoli degli anni Sessanta: aveva straordinari campioni, calciatori di grandi personalità. In quel gruppo emergeva la leadership di mio padre. Era un uomo tutto d’un pezzo, un gladiatore, rispettato dai compagni e dai tifosi. Ha lasciato un’impronta a Napoli anche a distanza di anni. È questo il fascino del calcio, un mondo che io conoscevo poco prima di questi colloqui con gli ex compagni di papà».
Veneto di Favaro, Panzanato da bambino fu fermato dai medici perché era cagionevole. «Non avrebbe potuto giocare a calcio ma lui si allenava di nascosto dai genitori. Si è sempre sacrificato. I suoi compagni del Napoli mi hanno raccontato che si allenava più degli altri». In campo era un combattente. «Le sue scarpe erano tutte consumate in punta. Strusciava l’alluce sull’erba prima di iniziare la partita. Era un suo modo di entrare nel clima partita. Le sfide europee lo esaltavano, in particolare le battaglie contro le squadre inglesi», ricordò Montefusco nel giorno della sua scomparsa. Nel libro dedicato a Titta la figlia Elena inserirà un capitolo su Paolo Casarin, uno dei più grandi arbitri di tutti i tempi. «Amico di papà, gli chiese un giorno se potesse fare un provino da calciatore. Lo fece ma il giudizio fu chiaro: “Paolo, la carriera da calciatore non fa per te, prova da arbitro perché quelli che ci sono davvero sono scarsi”. E Casarin seguì il suggerimento». Avrebbe fatto carriera, prima in campo e poi come designatore. Una “scoperta” di Titta, che da allenatore non avrebbe fatto la stessa brillante carriera da calciatore, con una doppia esperienza campana sulle panchine di Casoria e Campania, la squadra che negli anni Ottanta sognò di diventare l’alternativa al suo amatissimo Napoli”.
