QUINDICI ESTATI AZZURRE Napoli e Dimaro, una storia di montagna — nell’anno del Centenario

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LA STORIA DI UN AMORE TRA IL MARE E LA MONTAGNA, NELL’ANNO DEL CENTENARIO.

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Ci sono amori che, sulla carta, non dovrebbero funzionare.

Una città di mare e una valle di montagna. Il golfo e i ghiacciai. Il vociare dei vicoli e il silenzio dei boschi. Napoli, che non sta zitta nemmeno quando dorme, e la Val di Sole, che parla a bassa voce. Eppure, da quindici estati, succede sempre la stessa cosa: quando arriva luglio, lassù sotto le Dolomiti di Brenta, l’aria si riempie di azzurro. E non è una metafora. È gente vera, magliette vere, accenti che partono da Forcella e si arrampicano fin tra le montagne.

Comincia tutto nel 2011. Un presidente, un’idea, una valle che dice sì. La prima volta un ritiro è solo un ritiro: campi, allenamenti, qualche amichevole. Ma il Napoli non è una squadra qualunque, e i napoletani non seguono la squadra: la inseguono. E così, estate dopo estate, quel pezzo di Trentino ha imparato un dialetto nuovo, ha visto le sue strade riempirsi, ha capito che certi amori non guardano la cartina. Da allora gli azzurri sono tornati ogni anno — e questo 2026 è il quindicesimo.

Una sola volta è mancato l’appuntamento. L’estate del 2020, quella in cui il mondo intero si fermò dietro una porta chiusa. Niente Napoli a Dimaro, per la prima e unica volta. La valle restò senza la sua festa, e fu un silenzio diverso da quello dei boschi: un silenzio a cui mancava qualcosa. Fu proprio da quel vuoto che nacque, quasi per caso, l’altra casa estiva degli azzurri, Castel di Sangro. Ma Dimaro è rimasta la prima. Quella vera. Quella che ogni luglio aspetta il suo popolo come si aspetta un figlio che torna.

E quante vite ha visto passare, quella panchina, in quindici estati. Otto allenatori che, messi in fila, non sono un elenco: sono i capitoli di un romanzo. Prima Walter Mazzarri, quando il Napoli tornava a far paura all’Italia. Poi Rafa Benítez, l’uomo che alzò la Coppa Italia nel 2014. Poi i tre anni di Maurizio Sarri, il Napoli più bello che la memoria conservi, quello che faceva innamorare anche chi tifava un’altra squadra. Poi Carlo Ancelotti, il signore d’Europa. L’estate del 2020 resta bianca, e con lei una piccola, malinconica curiosità: Gennaro Gattuso, che il Napoli lo allenò per un anno e mezzo, la valle non la vide mai. Toccò proprio a lui l’unica estate cancellata. L’unico, di tutta quest’era, a non aver mai conosciuto Dimaro. Poi è arrivato Luciano Spalletti, l’uomo della rincorsa al sogno; e nel 2023 Rudi Garcia ha portato quassù un Napoli appena diventato Campione d’Italia — e la valle, quell’estate, è esplosa. Poi Antonio Conte. E adesso Massimiliano Allegri, il quindicesimo a respirare quest’aria sottile.

Eppure, sotto i nomi grandi, c’è sempre stato anche un rito piccolo e tenerissimo. Ogni ritiro si è aperto allo stesso modo, da sempre: la prima amichevole contro l’Anaune Val di Non, i dilettanti trentini. Sulla carta non è nemmeno una partita — un 10-0 nel 2022, un 6-1 nel 2023 — ma chi c’era sa che il risultato è l’ultima cosa che conta. Conta il bambino in tribuna che vede da vicino il suo idolo per la prima volta. Conta l’autografo strappato sotto la pioggia di montagna. Contano i cori che scendono dai prati come un’eco. Quella non è una squadra che si allena: è una famiglia che, per dieci giorni, allarga la tavola.

E poi c’è l’altra partita, quella che non si gioca sul campo. Per dieci giorni la Val di Sole diventa Napoli. Si parla di circa centomila presenze, e di un indotto che per i due ritiri estivi sfiora i venti milioni di euro: alberghi pieni, ristoranti pieni, sentieri vestiti d’azzurro. L’estate scorsa, quando gli avvistamenti dell’orso avevano spaventato i turisti e svuotato le prenotazioni, è stato l’arrivo del Napoli a riempire di nuovo la valle. Ed è forse la cosa più commovente di tutta questa storia: che l’amore di un popolo del Sud si trasformi in lavoro, in pane, in respiro per un paese del Nord. Che due Italie lontane si tengano per mano grazie a un pallone.

Ma il 2026 non è un’estate come le altre. È quella del Centenario: il Napoli compie cent’anni, e li festeggia anche quassù, portando il suo museo e i suoi sedici trofei fin sul campo di Carciato, là dove di solito ci sono solo scarpini e fischietti. Cent’anni di storia su un prato di montagna. È un’estate con il petto gonfio.

E però, dentro, ha anche un nodo in gola. Perché il sindaco di Dimaro, Marco Panciera, ha pronunciato la frase che in valle nessuno voleva sentire: questo è “l’ultimo ritiro da contratto”. L’ha detta col cuore in mano, aggiungendo subito: “speriamo di proseguire, siamo diventati una grande famiglia, in questi anni abbiamo costruito ponti che vanno oltre il lavoro”.

Il quindicesimo. E, forse, l’ultimo

Per questo chi salirà in Val di Sole quest’estate dovrebbe guardarsi intorno con occhi diversi. Fermarsi un attimo in più davanti alle montagne. Ascoltare quei cori napoletani che rimbalzano tra le cime, dove non dovrebbero esserci. Perché certe storie capisci quanto erano belle soltanto quando rischi di perderle.

Quindici anni fa una città di mare ha incontrato una valle di montagna, e nessuno dei due era pronto a innamorarsi. È successo lo stesso. E quassù, sotto il Brenta, il Napoli ha imparato la cosa più difficile: che si può essere di casa anche a centinaia di chilometri da casa.

Un articolo ilNapoliOnline in collaborazione con VAKYR — analisi e statistiche calcistiche gratuite, oltre 280 campionati.

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