Pierpaolo Marino: “In 100 anni nessun napoletano ha mai lasciato sola questa squadra”
L’ex direttore sportivo del Napoli Pierpaolo Marino, ha parlato in una lunga intervista a Il Mattino, in cui tra le altre cose racconta degli anni in azzurro e i momenti dell’arrivo di calciatori come Lavezzi.

Napoli, Pierpaolo Marino: «In 100 anni nessun napoletano ha mai lasciato sola questa squadra» L’ex direttore sportivo azzurro si racconta in occasione del centenario del club. Era lì nel 1987, quando il Napoli vinse il suo primo scudetto. Ed era lì anche dopo il fallimento, all’inizio dell’era De Laurentiis, per mettere i primi mattoni in un cantiere che poi sarebbe diventato il Napoli di oggi, capace di tornare a sognare e vincere grandi cose. Pierpaolo Marino, ex direttore sportivo del Napoli, si racconta in questo secondo appuntamento dedicato ai 100 anni del Calcio Napoli, che vedranno le proprie celebrazioni al culmine il prossimo 1° agosto, compleanno del club.
Pierpaolo Marino, qual è il primo ricordo che ha quando le dico la parola “Napoli”? «Sicuramente i tempi dell’università e la prima partita che venni a vedere al San Paolo con mio padre. Fu un Napoli-Juventus che finì 2-1 per gli azzurri».
Quindi possiamo dirlo che in realtà la sua storia legata al Napoli è una storia che era già partita all’inizio molto bene? «Sì, era partita subito benissimo, con una vittoria che il Napoli aspettava da tempo contro la Juve perché era tanti anni che non vinceva contro di loro e ricordo i 90.000 del San Paolo quel giorno».
Ci racconta il primo giorno degli anni ’80 e il primo giorno invece degli anni 2000, quindi i due Napoli che lei ha conosciuto? «Io sono arrivato al Napoli nel 1985 e il primo giorno fu la presentazione a Piazza dei Martiri del nuovo corso Napoli con me, Allodi e Ottavio Bianchi».
Cosa ricorda del primo incontro con Aurelio De Laurentiis? «È stato strabiliante perché lui mi telefonò una mattina di fine agosto e io ero a Udine. Disse “io sono Aurelio De Laurentiis, sono un suo compaesano”. Eravamo tornati poco dopo Ferragosto da Napoli con Pozzo dove avevamo tentato di comprare il Napoli di cui avrei fatto il presidente per conto di Giampaolo Pozzo. Mi sembrava uno scherzo. Poi lui continuò a parlare e la prima volta l’ho conosciuto perché mi disse “la posso invitare a cena in Svizzera sul set del film che sto girando di Natale?” a Gstaad. Allora io mi presi qualche ora per rispondere perché ero sotto contratto con l’Udinese. Telefonai a Giampaolo Pozzo e gli dissi “guardi presidente mi ha chiamato il futuro proprietario del Napoli, quello che ci ha battuto nell’asta, e mi vorrebbe parlare. Lei mi autorizza ad andare in Svizzera?” E lui mi disse “vada vada così gli vendiamo qualche giocatore”. Trovai Luigi, il figlio di Aurelio De Laurentiis, che mi aspettava all’aeroporto e con la macchina mi portò a Gstaad. Per cui l’ho conosciuto sul set del film di Gstaad fra attori, registi e siamo stati lì fino alle 5 del mattino a parlare perché lui voleva conoscermi e io volevo capire le garanzie di questa persona perché non lo conoscevo. Alla fine uscimmo con una stretta di mano che poi sancì la nascita della Napoli Soccer».
C’è qualche acquisto al quale è più legato rispetto agli altri? «Qui devi parlare di Hamsik e di Lavezzi perché sono quelli che ricordano anche le generazioni più giovani, ma l’acquisto di Francesco Romano, nell’anno dello Scudetto nella campagna suppletiva di novembre che completò la squadra dello Scudetto in maniera eccezionale, è quello a cui sono più legato perché fu l’elemento che fece quadrare quella squadra. Mancava proprio un regista come lui. Lo andai a comprare una sera a Trieste dove risiedeva il presidente De Riù della Triestina e lì De Riù invitò a cena me e Marchetti, che era un ex giocatore della Juventus che era il direttore sportivo della Triestina. Finimmo alle due di notte perché non riuscivamo a trovare la quadra dell’operazione. Firmammo i contratti con la data primo novembre io e De Riù, mentre Romano avrebbe dovuto firmare il giorno dopo. Romano faceva i salti di gioia. «Vengo a giocare con Maradona», mi diceva. Firmammo tutto e con questo contratto mi misi in viaggio per Napoli. Arrivai alle 11 del mattino e presi un taxi perché non avevo preso neanche l’autista dato che non volevo spifferi da nessuna parte. Presi il taxi e c’era il radiogiornale. Una delle notizie di apertura era: “clamoroso a Trieste, arrestato il presidente della Triestina De Riù. La guardia di finanza ha fatto un blitz alle 6 del mattino”, e io ero uscito alle 2 dalla sua casa. Mi dispiaceva per De Riù, che si era comportato molto bene con me, ma quel contratto che avevo in mano quanto valeva?».
Ci racconta invece dell’acquisto di Lavezzi? «Certo, allora non c’era né Youtube e non c’era soprattutto Wyscout che oggi è il supporto con cui anche un direttore sportivo non ha bisogno di muoversi. Cyterszpiler, un mio amico e procuratore di Maradona, ogni settimana, appena si concludeva la giornata del campionato argentino, mi mandava i DVD di tutte le partite e insieme ad Armando Rizzo vedemmo subito Lavezzi. Lui è stato l’unico giocatore della mia carriera che come potenzialità di gamba ricordava, ora dico un’eresia, vaghissimamente Diego. Perché io non ho mai visto giocatori con quella forza nei quadricipiti, proprio come aveva Maradona. E anticipai l’Atalanta che già era lì in Argentina per prenderlo».
C’è una telefonata particolare che Diego le fa in occasione del mondiale vinto nel 1986. Ce la racconta? «Quella telefonata fu importante per andare lì. Restai qualche giorno a seguire anche un po’ gli allenamenti, perché conoscevo tutti i giocatori dell’Argentina, e alla fine della partita io ero nello spogliatoio dello Stadio Azteca. Arrivò Diego dopo i vari giri di campo e premiazioni e vide me che stavo con Carmando e mi abbracciò. Io gli dissi “mamma mia che hai combinato. Hai vinto il mondiale da solo”, perché quella era una squadra che solo lui poteva far vincere. E lui mi disse: “sì direttore, non ti preoccupare. Ora ho vinto per gli argentini poi l’anno prossimo si vince per i napoletani e faccio vincere anche te”. Pensai fosse troppo euforico, ma l’anno dopo vincemmo Scudetto e Coppa Italia».
Cosa cambierebbe dei suoi anni a Napoli? «Quando ricostruimmo il Napoli partendo dalla Serie C comprammo 26-27 giocatori in cinque giorni. È chiaro che quando butti una rete così larga qualche volta qualche pesce sbagliato ci casca dentro. Qualche operazione c’è, ma gli errori purtroppo nel calcio sono dietro l’angolo».
Che cosa sono questi cento anni per il Napoli? «Sono il suggello di una storia bellissima che porta il cuore dei napoletani dentro. Perché in nessuna città come Napoli si avverte il pulsare del cuore e della passione della gente. Io lo dico sempre a tutta la gente del calcio che non ha avuto la fortuna né di giocare né di lavorare nel Napoli: “auguratevi di poter fare questo perché essere un dirigente, un giocatore del Napoli o un allenatore significa fare un’esperienza che in nessun altro club si fa”. In questi cento anni in cui è capitato di tutto, ma sicuramente mai che un napoletano abbia dimenticato la sua squadra. Auguri grande Napoli».
Fonte Il Mattino
