Come ai tempi di Juve, Inter e Nazionale, Antonio esce di scena prima della fine del contratto: tutti addii unilaterali, e non casuali
Nel momento in cui si lega a un club, si dice sempre così, un allenatore firma anche il suo esonero. Un rischio del mestiere che hanno sperimentato tanti. Pensate che nel corso di questa stagione, in pochi mesi, è toccato a due grandi della panchina. Luciano Spalletti, licenziato dalla Nazionale, con auto annuncio. A Max Allegri è toccata la stessa sorte a poche ore dalla fine del campionato: il quinto posto, dopo aver accarezzato il sogno scudetto, lo ha condannato a lasciare il Milan. Ma, come detto, è un destino comune a tanti. A Sarri è capitato, alla Juve, dopo aver vinto uno scudetto: l’ultimo dei bianconeri. A distanza di anni, e con i bianconeri fuori dalla Champions, sembra quasi incredibile. A Gigi Simoni, indimenticabile anche per stile, è paradossalmente successo nel viaggio di ritorno da Coverciano, dove era andato a ritirare il premio come miglior tecnico. Quello che sarebbe diventato Campione del Mondo, sperimentò la dura legge del calcio in un fine partita: Lippi disse all’Inter di mandarlo via se lo ritenesse il problema. Finì esattamente così. In tempi recenti a farne le spese è stato Josè Mourinho, apparentemente intoccabile: alle 8 di mattina, fu invece informato di non essere più alla guida della Roma. Stessa sorte toccata al suo erede, Daniele De Rossi, leggenda giallorossa: quattro partite di campionato e, dalla sera alla mattina, via da Trigoria.
Festeggia e svuota l’armadietto

Conte con Oriali dopo lo scudetto con l’Inter
Insomma, l’esonero è lì, a volte annunciato e a volte imprevisto. Ma, come avrebbe detto Maurizio Costanzo, sempre dietro l’angolo. La lunga premessa serve per arrivare alla straordinaria eccezione di Antonio Conte, che nei suoi anni italiani ha sempre giocato d’anticipo. A Siena, dopo una promozione, fu lui a salutare. Certo, per andare alla Juve, dove però ha sorpreso tutti dopo il terzo scudetto. A ritiro precampionato già partito, ha chiuso autonomamente il rapporto, accennando anche alla famosa storia del cliente che con dieci euro in tasca non può permettersi un menù da cento. La storia si è ripetuta in fotocopia all’Inter: neppure il tempo di festeggiare il titolo e Conte ha svuotato l’armadietto e se n’è andato. Anche in Nazionale, dopo un ottimo Europeo, non si è fatto convincere dall’idea di prolungare il contratto e ha messo fine alla parentesi azzurra. Azzurra come quella che in questi giorni si è di nuovo messo alle spalle. Stavolta al Napoli, dopo uno scudetto e un secondo posto: lasciando sul tavolo un contratto da otto milioni netti. Insomma, sono cambiati i modi – una dura polemica alla Juve, un modo solo leggermente più soft all’Inter, messaggi d’amore a Napoli – ma il risultato è sempre lo stesso.
Una storia non casuale

Conte ai tempi della Juve
Nessun esonero, ma addii decisi unilateralmente. Una storia, se ci pensate, curiosa. Ma che non è casuale. Perché Conte, e forse tutto parte da lì, non ama i programmi a media e lunga scadenza. Lui pretende tutto e subito. Dai presidenti e dai calciatori. Alle società chiede subito sforzi economici ingenti, giocatori in grado di portarlo – naturalmente se ben guidati, e lui è un maestro – all’obiettivo. Scudetto al primo anno alla Juve, scudetto al secondo anno all’Inter, scudetto al primo anno al Napoli. Non c’è tempo da perdere. Alla squadra, anche in questo senso, non fa sconti. Allenamenti pesanti e pressione psicologica costante: nessuno deve mai permettersi di abbassare la guardia. E’ anche per questo che dopo un paio di stagioni il rapporto finisce per logorarsi: con gli stessi presidenti e con gli stessi giocatori. E a quel punto, senza rischiare di arrivare a una rottura magari non voluta, Antonio gioca d’anticipo e ne va. Il metodo Conte. Centrato il traguardo, nessuno sconto: neppure a se stesso.
Fonte: Gazzetta
