Napoli, filosofia conservativa e segnali di stagnazione: Parma spegne le ambizioni scudetto

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Il Napoli perde qualcosa di più di due punti: si incrina, probabilmente in modo definitivo, l’illusione di poter contendere lo scudetto all’Inter. Un’illusione già fragile, ma tenuta in vita appena una settimana fa, e ora definitivamente ridimensionata.

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Il dato è semplice, quasi brutale: tra andata e ritorno, una squadra costruita per salvarsi come il Parma sottrae quattro punti a una squadra che ambiva al titolo. E allora la domanda diventa inevitabile: dove si è inceppato il Napoli?

La risposta porta dritto dentro l’evoluzione – o involuzione – del calcio di Conte. Un calcio storicamente finalizzato al risultato, più che all’estetica, ma sempre sostenuto da un principio non negoziabile: l’intensità. Ed è proprio qui che oggi il Napoli sembra aver perso qualcosa. Nel primo tempo si è vista una squadra prevedibile, lenta, quasi imbrigliata in una filosofia conservativa che finisce per diventare sterile. Il possesso palla non basta se non è accompagnato da velocità di esecuzione, da movimenti senza palla, da quella reattività agonistica che fa la differenza soprattutto contro le squadre medio-piccole.

E qui emerge un nodo tattico tutt’altro che secondario. Il Napoli dispone di un centrocampo ad alto tasso tecnico, ma la convivenza simultanea dei cosiddetti “Fab Four” solleva più di un dubbio: qualità sì, ma a scapito del ritmo? Talento sì, ma senza quella verticalità immediata che serve per scardinare difese chiuse?

In questo contesto, McTominay appare come l’unico elemento davvero imprescindibile per equilibrio e dinamismo. Gli altri, forse, richiederebbero una gestione diversa, meno dogmatica e più funzionale alle esigenze della partita.

C’è poi un segnale ricorrente, e per questo ancora più preoccupante: la fragilità nei primi minuti. Il rigore con il Genoa, il gol lampo subito dal Lecce, fino alla rete incassata contro il Parma dopo appena trenta secondi. Tre episodi fanno una tendenza, non una coincidenza. È come se la squadra entrasse in campo mentalmente in ritardo, priva di quella prontezza che a questi livelli è imprescindibile.

Se l’obiettivo, ormai, diventa consolidare un secondo posto dignitoso e difendere lo status di grande squadra, allora Conte è chiamato a intervenire. Non tanto nei principi, quanto nella loro applicazione concreta. Il risultato, oggi, è un Napoli sospeso: non abbastanza brillante per sognare, non abbastanza solido per imporsi senza affanni. E contro squadre come il Parma, questo limbo si paga. Sempre. Inutile sarà il risultato dell’Inter che otterrà a Como.

Infine, resta una riflessione sulla costruzione della rosa. Nella scorsa stagione, pur senza impegni europei, il Napoli disponeva di tre attaccanti di ruolo come Lukaku, Simeone e Raspadori. Quest’anno, invece, si è partiti con un organico di reparto più corto, tra scelte discutibili e operazioni di mercato non del tutto lineari. L’arrivo di Rasmus Højlund ha dato risposte oltre le aspettative, ma non cancella una pianificazione che continua a lasciare perplessità.

 

A cura di Maurizio Santopietro

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