Perinetti racconta il dolore per la figlia: a Sturno la presentazione di “Quello che non ho visto arrivare”

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Raccontare non serve solo a tenere viva la memoria, ma anche a tendere una mano a chi sta vivendo lo stesso dolore. Affrontare un lutto è un viaggio lungo, tortuoso, spesso incomprensibile. Giorgio Perinetti ha deciso di trasformare la sua sofferenza in parole, dando vita a Quello che non ho visto arrivare, scritto con il giornalista Michele Pennetti, dopo la perdita della figlia Emanuela, scomparsa a soli 34 anni a causa dell’anoressia.
Domani, alle 11, l’ex direttore sportivo presenterà il libro al Liceo Scientifico Sportivo di Sturno, ospite dell’associazione “Cambia le parole”.

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Come nasce l’idea di questo volume che le sarà costato tanta fatica?
«La mia è una speranza, non illusione o presunzione, ma soltanto un tentativo, ovvero che raccontando l’inadeguatezza, lo smarrimento di un genitore di fronte a una situazione del genere, un male che fai fatica a contrastare quanto è subdolo, tutto questo potesse alla fine aiutare qualcuno che affronta lo stesso terribile problema. Il finale di Emanuela purtroppo è stato tragico, ma davvero mi auguro che la mia storia e quella di mia figlia possano dare un contributo a supportare la famiglia e la vita di qualche altra donna che soffre dello stesso disturbo».
Troppo pochi i fondi destinati all’anoressia in Italia, non trova?
«Mia figlia non rifiutava le cure per autolesionismo ma perché era convinta di non essere malata, questa è l’incongruenza che non apparteneva solo a lei, ma a tutti coloro che soffrono di questo disturbo. Quindi se uno non è lucido, come può stabilire se uscire dall’ospedale, se non può non ricoverarsi, se rifiuta le cure? Se è maggiorenne e dunque non lo si può costringere con la forza? Servono aiuti, interventi seri da parte dello Stato».
La risposta che sta avendo come è?
«Incredibile e positiva. Dopo le presentazioni in giro per l’Italia, qualche mio intervento in tv, sto ricevendo decine e decine di richieste, non da parte dei presidi o delle scuole, ma da parte degli stessi ragazzi e ragazze che, dopo aver letto il libro mi chiamano e chiedono di poterlo commentare insieme. Devo dire che questo mi emoziona profondamente. Magari leggendo questo libro qualcuno dei tanti studenti che sto incontrando potrà capire come comportarsi, cosa dire a chi sta male e soffre. Me lo auguro con tutto il cuore».
Emanuela era una manager di successo nel campo del marketing sportivo, una donna brillante con un futuro davanti, che amava il calcio proprio come lei.
«Nutriva questa passione e mi diceva che ero io ad avergliela trasmessa. Voleva anche che lavorassimo insieme ma io preferivo che lei continuasse il suo percorso di successo da sola, la start up che aveva contribuito a creare era stata premiata tra le migliori cento d’Italia, al mio fianco forse il suo ruolo sarebbe stato sminuito. Cercavo di stimolarla sempre nel lavoro, ma magari Emanuela invece aveva solo bisogno di vicinanza, di aiuto. Io questi segnali non li ho capiti, non lo so, continuo a chiedermelo».
Quando è scomparsa lei era direttore sportivo dell’Avellino…
«La comunità irpina mi è stata molto vicina: dal presidente D’Agostino all’ultimo dei tifosi. In quei momenti non riconosci né i volti, né senti le voci perché sei talmente frastornato che è tutto estremamente difficile. Ricordo che qualche giorno prima di morire mia figlia mi disse: “Papà non ti preoccupare vai dai tuoi ragazzi”. Quella fu l’ultima volta che l’ho vista».
Segue ancora la squadra di Biancolino?
«Vedo sempre con interesse tutta la serie B. L’Avellino, benché molto rinnovato, si è inserito bene nel contesto della categoria, sta facendo bene. Certamente è difficile avere continuità: il campionato ricomincia ogni domenica, però la squadra si sta comportando più che bene. Patierno? È un attaccante forte che ha grande voglia. Non so come sta ora ma gli auguro ogni bene».

 

Fonte: Il Mattino

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