Acerbi-Juan Jesus, tutte le falle dell’inchiesta

La Procura avrebbe dovuto ascoltare i calciatori subito dopo il 90'

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Non c’è una sola immagine registrata, non un audio. Nulla di nulla. Ora si scopre che Jesus avrebbe dovuto portare delle prove, che la sua parola non bastava. Magari l’avesse saputo prima si sarebbe comportato in maniera differente: si sarebbe fatto ascoltare venerdì a Castel Volturno assistito da un legale. Ma l’assoluzione lascia perplessi, alla luce delle sentenze delle Sezioni Unite della Corte d’Appello non certo con gli occhi del processo ordinario: per l’assenza di motivi di rancore tra i due, perché c’è un fatto che è accertato, al netto delle scuse e per l’immediatezza della vicenda. Se passa il principio della ragionevole certezza, tutti i processi sportivi sono destinati all’assoluzione. Perché, è noto, il processo sportivo non è garantista, non può permettersi il lusso di esserlo. Non può concludersi oltre i tre mesi, è tutto compresso. Non c’è bisogno della prova, da qui l’errore anche di Juan Jesus che non ha minimamente pensato di trovare la sponda tra i compagni, che erano a due passi da lui al momento in cui ritiene sia stato proferito l’insulto razzista. Mastrandrea non è stato per nulla un Ponzio Pilato. Al contrario, ha messo in atto un’autentica rivoluzione. E se passa il suo principio, non si va più a condanna. Perché il famoso “in dubio pro reo” non si applica nello sport. Nella migliore delle ipotesi la giustizia sportiva è ora in totale marasma. Ma nessuno farà appello: Jesus non è legittimato a farlo. E neanche il Napoli, che non era costituito in giudizio. Potrebbe farlo, unicamente, la Federcalcio: ma per Gravina, senza entrare nel merito della vicenda, non ci sono stati errori procedimentali o sostanziali che possano giustificare un’impugnazione. Tutto si è svolto perfettamente secondo i regolamenti.

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Un amaro retrogusto resta quasi sempre in bocca, dopo le sentenze della giustizia sportiva: ma l’assoluzione di Acerbi spalanca un baratro. Perché Mastrandrea stravolge tutti i precedenti, introduce un concetto che è destinato a paralizzare i procedimenti sportivi da qui al futuro: per una condanna, serve l’onere della prova di chi accusa. Sarà pure responsabilità di una Procura federale che non è andata oltre alle audizioni a distanza ma basandosi su semplici deposizioni ma qualcosa non quadra. Due pesi e due misure? Di più. Il peso solo per qualcuno, e la misura sempre a spanne.

Vediamo le falle, partendo da quelle del Napoli: la decisione di avvalorare la scelta di Juan Jesus di non farsi assistere da un avvocato è stata un grave errore. Non era una questione personale, era un calciatore con la maglia del club coinvolto in un (presunto) episodio di razzismo durante il match clou della serie A. Ma andiamo oltre: possibile mai che, a caldo, dopo il 90′ uno qualsiasi degli ispettori della Procura a bordo campo non abbia provveduto a interrogare Acerbi e Jesus o anche uno qualsiasi dei calciatori presenti nell’area nerazzurra, magari chiudendoli nella stanzetta a loro destinata per chiedere i motivi della sospensione della partita per un minuto e mezzo? L’impressione è che più che 007 siano divenuti semplici scrivani in questa faccenda così delicata.

Mastrandrea ordina l’approfondimento dopo aver letto il referto arbitrale: ebbene, nessuno si prende la briga di coinvolgere come testimoni qualche calciatore come Barella e Lobotka che sono là vicini. Non uno che chiedesse a Dimarco cosa ha raccontato in quei secondi con la mano davanti alla bocca. Almeno solo per curiosità. Nessuno vuole la condanna di Acerbi, anzi siamo davvero certi che non sia un razzista. Ma la sentenza è una ferita per il calcio italiano. Chiné ha audito i due solo venerdì, ben cinque giorni dopo. E a distanza: per una cosa così delicata non era il caso di convocare in ufficio oppure di spostarsi personalmente nelle sedi dei club? La relazione è stringata, si è limitato a scrivere le due versioni ovvero che Jesus conferma di aver sentito “negro” e Acerbi che giura di non averlo detto. Quasi in tutta fretta, chiama La Penna che altro non può che ripetere quello che non ha sentito in campo e poi basta. Un buco nero l’indagine. Le relazioni lacunose arrivano nella mani di Gerardo Mastrandrea, ovvero all’organo indipendente della Figc. Di solito, la giustizia sportiva ragiona esattamente all’opposto della giustizia ordinaria. Per un semplice motivo: ha fretta. Non può certo avere i tempi biblici dei ricorsi e dei contro ricorsi della magistratura ordinaria. Almeno fino all’altro giorno, così funzionava.

 

Fonte: Il Mattino

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