Esclusiva – Savoldi a “IL MATTINO”: “Altro che deserto, dalla terrazza c’era un vero e proprio sogno”
Nell'estate 1975 "Mister due miliardi" diventò l'acquisto più costoso della storia della serie A
Estate 1975: Khalid succede al fratello Faysal nel ruolo di Re e Primo Ministro dell’Arabia Saudita. Il pallone nel deserto era un oggetto totalmente sconosciuto. Gli «sceicchi» del calcio, invece, erano in Italia. Uno su tutti: Corrado Ferlaino. L’ingegnere era presidente del Napoli e nel luglio di quell’anno mette a segno un’operazione di mercato destinata a diventare storica: Beppe Savoldi, preso dal Bologna con un’operazione complessiva da 2 miliardi di lire.
Savoldi, ma oggi quanto varrebbe “mister due miliardi”? «Non mi ci fate pensare, altrimenti non la smetto più di ridere».
E invece insistiamo: quanto le avrebbero dovuto dare gli arabi per portarla a giocare nel deserto? «Beh, lì non ci sarei andato nemmeno per tutto l’oro del mondo».
Addirittura? «Allora: quando sono arrivato a Napoli ero all’hotel Paradiso. Quello che potevo vedere dalla terrazza era un vero e proprio sogno. Altro che deserto. Mi rendo conto che ognuno ha le sue priorità, ma io so cosa ha più valore per me. Poi mi sono trasferito a Parco Ruffo: da lì dominavo tutto il golfo di Napoli, cosa vuoi di più?».
Effettivamente è difficile darle torto. Quindi nessun rimpianto? «In passato forse un piccolo rimpianto c’è stato, ma è durato poco. Non mi interessava il guadagno. E infatti non sono andato a Napoli per fare una barca di soldi. Ai miei tempi non c’erano i procuratori, al massimo “piangevi” un po’ con il presidente e trattavi per strappare 5 milioni di lire in più. Si giocava su queste cifre».Insomma lei condivide la scelta di Mbappé che ha detto no agli arabi? «Mbappé ha fatto bene e io la pensavo e penso come lui. Volevo giocare in un calcio che conta. Ai miei tempi qualcuno sceglieva l’America o il Giappone, ma mi chiedevo: tu sei contento di andare in un campionato nel quale non c’è confronto con chi è più forte di te? Io mi voglio confrontare con questo calcio che è competitivo al massimo. I soldi non fanno la felicità calcistica».
A lei cosa la rende felice? «In questo momento andare a raccogliere il pallone nelle siepi del giardino di casa mentre gioco con i miei tre nipotini. Loro perdono la palla e io devo andarla a recuperare. Mi piace perché ritorno giovane. Come quando gioco a tennis o vado in bicicletta. In questo periodo, poi, è una meraviglia».
Ma torniamo a mister due miliardi: ai suoi tempi cosa mettevano sul piatto le società per convincerla ad accettare le loro offerte? «Ho avuto tantissimi contatti prima di andare a Napoli. Mi avevano chiamato sia la Juve che la Roma. Ma sul piatto non mettevano nulla dal punto di vista economico. Ne facevano una sorta di valore morale: “vieni alla Juve che è una squadra vincente”, oppure “vieni a Roma in una città importante”».
E le offerte? «La Juve mi offriva la metà dei soldi rispetto alla Roma, ma aggiungeva tanti premi partita: e i bianconeri vincevano spesso, quindi i premi superavano lo stipendio. Per il resto non c’erano benefit».
Napoli, invece, cosa aveva? «Ho sempre amato le cose antiche. Mi piace l’archeologia e Napoli è stata un’occasione irripetibile per scoprire cose meravigliose, cose che altrove sono impossibili da trovare. I piaceri dell’uomo andrebbero salvaguardati più di quelli del calciatore».
E adesso che effetto le fanno queste cifre? «Sono cambiati i tempi e le culture. Abbiamo visto che i calciatori non hanno più un attaccamento alla maglia e ai colori della squadra. Una volta ci si legava. Non c’è più uno che nasce, cresce e finisce la propria carriera in una sola società. È cambiato tutto: una volta chi si sognava di andare in Arabia o dove ti davano più soldi e basta? Volevi rimanere qui».
