L’intervista – Gigi Riva: “Non seguo molto il calcio mi annoia , ma il Napoli lo vedo volentieri”

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Guardo poco calcio, mi annoia, ragiona Gigi Riva. Il suo mondo è a Cagliari da sessant’anni esatti, da quando nel 1963 il presidente Andrea Arrica lo strappò a Renato Dall’Ara, numero uno del Bologna, acquistandolo dal Legnano per 37 milioni di lire. Un piccolo aereo che volava basso tra le nuvole lo portò dalla Lombardia alla Sardegna, «ma guarda dove sto andando, me ne torno subito» i suoi pensieri, lo sguardo torvo. Invece Luigi Riva da Leggiuno, che nel tempo sarebbe diventato Giggirriva e tanto altro, dall’Isola non si è più mosso. Proprio ieri il Comune di Cagliari ha deciso all’unanimità di intitolargli il nuovo stadio: Riva lo ha appreso con grande soddisfazione.

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Vive circondato dal popolo sardo che lo ha eletto a simbolo e mito, dall’affetto dei due figli, Nicola e Mauro, e di cinque nipoti, tutte ragazze, Virginia, Ilaria, Sofia, Gaia e Cecilia, tra i 21 e i 7 anni: a loro trasmette i suoi valori di sempre, coerenza, dignità e onestà. «Sto abbastanza bene» racconta ora anche se cammina poco, Riva, i tanti calci presi sui campi di tutto il mondo gli hanno presentato il conto; non va allo stadio da quando nel 2017 Malagò gli consegnò il Collare d’Oro e la gente cantò per lui come ai bei tempi. E si commosse.
Pochi amici, scelti, come Reginato e Tomasini, suoi scudieri del Cagliari dello scudetto. Tanto sport in Tv, tennis, ciclismo, i grandi eventi. Oggi ha 78 anni e custodisce un record di ferro, 35 gol con l’Italia in 42 partite: da allora nessuno come lui, nemmeno da vicino. E sì che la Nazionale avrebbe bisogno di uno così: Roberto Mancini è alla disperata ricerca di attaccanti che non ci sono. Siamo andati a pescarli in Argentina, come un tempo si fece con i “carasucia”, gli Angeli dalla faccia sporca Angelillo, Maschio e Sivori, e non ebbero fortuna. Ma non può essere la ricetta, sostiene Riva. Anzi: tutt’altro.
Non ci sono più attaccanti in Italia: possibile?
«Gli stranieri hanno rovinato la Nazionale. Sono troppi nel nostro calcio. E non c’è più un italiano che abbia la possibilità di farsi notare, di mettersi in evidenza. Sono quasi tutti attaccanti stranieri nelle squadre di vertice».
Un tecnico del passato diceva che è colpa delle mamme: non ne fanno nascere.
«Mah, è un periodo un po’ così, in effetti. Mancini convoca quelli che ha a disposizione, sia chiaro, chiama i migliori che può».
Chi le piace degli attaccanti azzurri di adesso?
«Non vorrei dirne uno e far dispetto ad altri…».
Ai suoi tempi c’era invece abbondanza, i commissari tecnici dovevano fare scelte impopolari.
«E’ vero, c’era una rivalità fortissima, erano tutti affamati di calcio. Oggi ci sono soprattutto stranieri, a volte non ci si riesce a ricordare nemmeno come si chiamano».
Chi era il più forte italiano della sua epoca, presenti a parte?
«Tanti… Ma mi ripeto: non vorrei scontentare nessuno…».
Lei ha giocato contro Pelé, che ci ha lasciato da poco. Se dovesse scegliere un aggettivo?
«Era il mio maestro. Cosa si può dire di Pelé? Grande, grande».
C’è una foto a Cagliari con voi due, il Santos vi giocò nel 1968 e nel 1972. Ma anche voi lo vedevate così inarrivabile?
«Lui non ti faceva pesare la sua forza. Era sempre disponibile, si fermava per fare le foto, era una persona eccezionale».
Oggi c’è l’attaccante del Manchester City, Erling Haaland, che ha media-gol alla Riva, una potenza notevole, un sinistro devastante: un altro Rombo di Tuono?
«Se segna così è un temporale! Così come Mbappé, è forte, mi piace».
Lei è stato un’istituzione in azzurro anche come dirigente: vedere due Mondiali senza l’Italia che effetto le fa?
«Mi fa male, è un discorso che chiuderei subito. Ma la partita della Nazionale a Napoli la vedrò, certo, agli Europei mi sono emozionato».
Le piace guardare il calcio di oggi?
«Faccio un po’ fatica, in effetti. Bisogna rassegnarsi e accettare quello che c’è. Ci sono dei bei giocatori, non lo metto in dubbio. Ma vedo troppi passaggi, in continuazione, è noioso, si va in fondo e si crossa… Troppa tattica, troppo possesso di palla, poca fantasia».
Qualcosa di buono?
«Ma sì, c’è chi fa qualche numero. Ma le partite di oggi mi sembrano noiose. Fatichi a ricordare i nomi, ci sono squadre con dieci stranieri e un italiano. Non sembra nemmeno il nostro campionato».
Il calcio si allarga, sempre più competizioni, il prossimo Mondiale avrà 48 squadre. Quanti gol avrebbe fatto Riva in questo calcio senza pause?
«Ma no… io posso dire solo di aver vissuto un bel periodo, c’erano giocatori di grande peso, come Rivera e Mazzola».
Il Napoli di oggi la diverte?
«L’ho seguito: è entusiasmante. È una bella squadra, sta facendo un campionato meraviglioso. E ha quei due là davanti…».
Cosa pensa di Mourinho?
«Ha personalità, temperamento, trasmette alla squadra il suo carattere. Chi era come lui ai miei tempi? Ognuno ha le proprie caratteristiche, Scopigno era l’opposto ad esempio. Mourinho nel suo genere è unico».
Il ritorno di Ranieri?
«Si sta comportando molto bene. Richiamarlo è stata un’ottima decisione del presidente. Il Cagliari è migliorato moltissimo, anche se rimane una sofferenza vederlo in B».
Lei è diventato un soggetto di grande interesse al cinema, a teatro. Le piace come viene rappresentato?
«Mi fa piacere che emerga la mia semplicità. Non mi sono mai proposto, mai messo in primo piano».
Federico Buffa la accomuna a Fabrizio De André, due sardi per scelta.
«Il giorno che ci siamo conosciuti, ci siamo stretti la mano e siamo stati mezzora senza parlare…(ride) eravamo a Genova. Poi ci siamo incontrati in Sardegna, sono andato all’Agnata, a Tempio, nella sua tenuta. Mi piacevano le canzoni, certo, ma soprattutto il suo temperamento, De Andrè sapeva vedere la vita in un modo migliore di quella che era realmente. Un grande personaggio».

Fonte: Il Mattino

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