De Laurentiis a “Radio 24” ne ha per tutti: diritti, Coppe, Superlega e futuro

Il presidente del Napoli come sempre non le manda a dire

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C ’ è un mondo che non cambia, e se lo fa procede lentamente: e come diciannove anni fa, quando mise la testa nel pallone, Aurelio De Laurentiis si tuffa a intraprendere le proprie sfide, mai seriamente accantonate. C’è un tempo che non scade mai, echi che sembrano appartenere al passato e invece riguardano il futuro: e mentre sta per immergersi nella propria dimensione onirica, con uno scudetto che si annuncia all’orizzonte per celebrare un’epoca, Aurelio De Laurentiis fa dell’etere il megafono della propria delusione, irrompe a «Tutti Convocati» su Radio24 e cavalca di nuovo e ancora battaglie che sembrano perdute e che invece vanno semplicemente riproposte. «Viviamo meschinamente una condizione schiava del passato e fatta di Federcalcio, Leghe, UEFA e mentre negli Stati Uniti la NBA e il Football Americano fanno 10 miliardi di incasso all ’ anno». Business is business, sempre, però le ragioni del cuore, che pure sta dalle parti del portafogli, spingono De Laurentiis a rispolverare pensieri che restano sommersi sotto un filo di polvere ormai ventennale. «Noi tutti siamo responsabili dell ’ allontanamento delle giovani generazioni. Il gioco del calcio non si è mai aggiornato, poi capita il Covid, si gioca d’estate e ci si inventano le interruzioni ogni dieci minuti. Ho sempre sostenuto il VAR per primo e infatti in Italia sta funzionando. In Europa siamo ancora alla Champions, all ’ Europa League e alla Conference. Ma chi vuole farla la Conference League? E vale anche per l ’ Europa League».

 

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È una serie A da cambiare, da modernizzare tornando un (bel) po’ indietro nei secoli dei secoli: «Giochiamo troppo, roviniamo i nostri calciatori, dobbiamo prendere atto che nell ’ 86 eravamo 16 squadre in Serie A e oggi siamo 20. C ’ è qualcuno dei miei colleghi che impropriamente pensa che se diminuissimo il numero di squadre calerebbero i soldi che prenderemmo. In Inghilterra, che la fa da padrona, alcune partite non vengono neanche trasmesse».

E questo mondo virtuale, da attirare attraverso un processo innovativo, dovrà ignorare la Superlega ma rimodulare la sua struttura europea: «Lo dissi già ad Agnelli: giammai. Oggi è sbagliato concedere alla UEFA di incassare 800 milioni con Champions, Europa League e Conference League. Io dico: facciamo un campionato europeo in cui non si fa l ’ estrazione con le palle, mica siamo nel terzo mondo? Le prime sei di un campionato importante o le prime di un campionato minore devono giocare contro tutte in gara secca. Questi signori non sanno che il tifoso virtuale, ossia chi deve pagare l ’ abbonamento per guardare la partita, vuole un calcio nuovo».
Completamente rifatto, mica solo in campo, ma pure fuori, sul divano, sugli smartphone, ovunque: «Questo bando sui diritti è la più grossa stron… del mondo. Nessuno ha mai avuto il coraggio di dire che la Melandri con una legge di mer…. ha limitato il mercato del calcio, dopo aver distrutto il cinema con una legge che finalmente Franceschini ha rivisto».

E comunque, è vero, anzi indiscutibile, che i soldi sono (quasi) tutto: «Bisogna combinare i fattori della produzione con le esigenze del mercato su cui è necessario investire sempre più. Ma se non ci sono i proventi vuol dire che questo calcio è morto e chi lo gestisce dall ’ alto non ha interesse, perché vuole solo mantenere la sua posizione». Il dolore dei soldi.

Fonte: CdS

 

 

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