CdS – I due lustri di Lorenzo, “c’è da perdersi nel caveau dei ricordi”

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È una giornata che rimarrà per Lorenzo, per i cinquantamila, per sua moglie Jenny che in tribuna non ha fazzoletti per placare quella crisi di pianto, per i suoi bambini – Carmine e Christian – per il suo papà, per la mamma e per una famiglia che è diventato, quando è servito, il bunker affettivo nel quale riparare: ma adesso, nella «ola» d’uno stadio immalinconito, in quella emozione composta che riempie i cori e scaccia via il tormento, c’è da perdersi nel caveau dei ricordi.

Si potrebbe ripartire da Livorno, 24 gennaio 2010, un paio di giri di lancette che neppure fanno statistica per annusare la serie A, prima di andarsene a Cava de’ Tirreni, ad avviare il proprio tour dell’anima che l’avrebbe portato tra Foggia e Pescara direttamente dal proprio riconosciuto maestro – Zeman – e poi gli avrebbe riconsegnato le chiavi d’uno stadio che sarebbe diventato suo, dal 2012 a questo 15 maggio 2022 in cui s’ode il rintocco del cuore che batte. Si chiamava San Paolo, quel luna park nel quale, da fanciullo, Lorenzo s’era catapultato con tutta la sua natura un po’ ribelle ed è lì che sfidando i luoghi comuni, le parabole abbaglianti hanno cominciato a disegnare arcobaleni.

Ci sarebbe da sistemare così, casualmente, il suo curriculum vitae, oppure infilare la perle con il Borussia Dortmund, quella di Madrid, le «marachelle» con Psg e Liverpool o i rigori al Barça in un filo azzurro che riconduca esclusivamente a lui, ignorando o dimenticando le amarezza con l’Athletic Bilbao o di Reggio Emilia, quell’eco fastidioso di fischi ingenerosi. Insigne ha provato – lui con il Napoli – a rivoluzionare il potere, c’è andato vicinissimo nel 2016 e nel 2018 e pure in questa stagione finita tra i rimpianti, poi c’è riuscito – e chi l’avrebbe detto – con l’Italia di Mancini, trascinata anche dalla sua esemplare generosità a vincere l’Europeo. Ma Napoli gli è appartenuta, per davvero, è stata madre e matrigna, l’ha adorato e rimproverato, non l’ha fatto mai sentire periferico.

«Napoli mi ha dato tutto. Sono nato e maturato qua; abbiamo gioito, sofferto e litigato, come in una famiglia. Stare in questa città ha rappresentato una meravigliosa esperienza ed una responsabilità che ho accettato con onore e con fierezza. Lasciare Napoli significa lasciare casa con la consapevolezza che mi mancherà sempre». Che nelle pareti dell’anima, senza che ci siano ormai più crepe, s’avvertirà sempre – come quando dondolava nella culla – il piacere della favola vissuta davvero.

A. Giordano (Cds)

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