Lilian Thuram: “La grande speranza del Napoli africano”

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Lilian Thuram, 49 anni, leader della Francia campione del mondo e d’Europa, per dieci stagioni in serie A con Parma e Juve, affronta nel nuovo libro Il pensiero bianco (Add Editore, prossime presentazioni al Festival dello Sport di Trento il 7 ottobre e al Salone del Libro di Torino il 15) il tema del razzismo, che ha vissuto sulla propria pelle anche quando era uno dei più grandi calciatori al mondo.
Cosa è il Pensiero bianco?
«È abbastanza facile comprenderlo. Io sono diventato nero a 9 anni, quando sono arrivato in Francia dalla Guadalupa e in strada un bambino mi ha detto sporco negro. Anni dopo, quando ho chiesto a mio figlio se fosse l’unico nero nella sua classe, lui mi ha risposto: Io non sono nero, sono marrone. E gli altri bambini? Loro sono rosa. I bambini non si vedono bianchi o neri: è qualcosa che gli mettono dopo in testa. E, quando incontro i piccoli a scuola, faccio un esempio».
Quale?
«Chiedo: di quale colore siete? E loro: Bianchi. Allora mostro un foglio di carta: bianchi come questo foglio? Dicono: no… Allora perché dite che siete bianchi? Mi rispondono: Per abitudine. Bianchi non si nasce. Si diventa. Non è un colore. Essere bianchi o neri è un’identità. E di questa identità bisogna conoscere l’origine, la storia, la costruzione politica che ha determinato la nascita del concetto di razza e ha stabilito che quella bianca sia la razza superiore. Questa ideologia politica ha legittimato la schiavitù, il colonialismo e l’apartheid. E spiega il razzismo di oggi».
Nei giorni scorsi il portiere del Milan, Maignan, ha denunciato i cori razzisti nello stadio della Juventus: come è possibile fermare questa ondata sui campi di calcio?
«Tanta gente non comprende la violenza della discriminazione. Non si fa abbastanza e chi dice il contrario è bugiardo. Io sono arrivato in Italia nel 1996 e queste cose già c’erano. Siamo nel 2021 e la situazione non è cambiata. Anzi. È evidente che allenatori, calciatori, dirigenti e stampa ritengono che la cosa non sia così grave, altrimenti non l’avrebbero accettata. Non si trova la soluzione perché essi non si sentono toccati fino in fondo dal problema. Vedono la cosa da bianchi. Quando giocavo in Italia e mi chiedevano un commento su questo tema, rispondevo: perché chiedete a me e non ai calciatori bianchi? È a loro che dovete chiedere perché non fanno niente e perché si nascondono».
È critico con i calciatori bianchi. 
«Quanto sentono il problema del razzismo? Come fanno a vedere un compagno o un avversario aggredito, violentato, e a non dire o a non fare niente? Evidentemente non è importante ma non può esistere la neutralità davanti al razzismo perché essere neutrali vuol dire che le cose possono continuare così».
Tre anni fa esplose un caso di razzismo che riguardò un calciatore del Napoli, Koulibaly, insultato durante la partita con l’Inter al Meazza.
«L’ho conosciuto quando venne a Parigi con il Napoli, allenato da Ancelotti, per la Champions. Ragazzo straordinario, con grandi valori umani, dotato di enorme equilibrio. E molto bravo tecnicamente».
Più bravo di Thuram?
«I giocatori sono più sviluppati rispetto ai miei tempi e poi non mi piacciono i paragoni».
Koulibaly è uno dei tre africani (è nato in Francia da genitori senegalesi) titolari nel Napoli con Anguissa e Osimhen: qual è il significato di questa presenza nella squadra di una città da sempre contro le diseguaglianze e il razzismo?
«È una presenza che può aiutare le persone a cambiare la mentalità e ad avere una maggiore apertura verso uomini che hanno un’altra religione e un altro colore della pelle. Certo, è più facile rispettare e ammirare un calciatore della tua squadra, poi bisogna avere lo spesso rispetto per chi incontri in strada».
Osimhen ha conquistato i napoletani.
«Bravissimo. Veloce, inquadra molto bene la porta, ha il senso del gol. Lo avevo visto già nel Lille e non mi meraviglia che faccia tante reti nel Napoli».
Nato povero a Lagos, è un ragazzo che ha fortissime motivazioni.
«Che contano, certo, ma sono diventati grandi calciatori anche ragazzi che non avevano avuto una vita disagiata. Piuttosto, Osimhen può essere d’esempio con la sua storia per tutti quelli che vogliono realizzare un sogno: lui ce l’ha fatta».
Il razzismo, lo sanno bene i napoletani, non è solo questione di pelle: c’è anche quello del Nord contro il Sud.
«Ho avuto Fabio Cannavaro come compagno al Parma e alla Juventus, ancora ricordo quando partivano gli insulti contro Napoli e i napoletani. Un problema storico è anche quello delle città del Nord che non accettavano le persone che arrivavano dal Sud nel dopoguerra».
Lei ha giocato a lungo in Italia, al di là della questione tuttora aperta del razzismo vede migliorata la serie A dopo la vittoria dell’Europeo?
«Il successo di luglio sottolinea il valore dei giocatori e del commissario tecnico, tuttavia il campionato più all’avanguardia resta quello inglese. Un tempo, quando io giocavo in serie A, era questo il torneo più importante e bello al mondo. Adesso devono essere le squadre di club a conquistare la ribalta europea dopo la Nazionale».

F. De Luca (Il Mattino)

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