Era il 1998 e Delio Rossi scelse un 19enne di nome Gennaro Gattuso per la Salernitana. «Giocava nei Rangers e aveva una gran voglia di tornare in Italia e in serie A. Non gli importava che la Salernitana quell’anno rischiava di retrocedere, lui voleva giocare nel campionato italiano». Da quel momento il rapporto tra i due è sempre stato schietto e diretto. Per questo anche oggi che Ringhio è diventato l’allenatore del Napoli, il maestro di quel tempo lo osserva con orgoglio.
Ci dica la verità, quando lo aveva come calciatore, si aspettava che un giorno sarebbe diventato anche lui un suo collega? «Ho avuto tanti calciatori che poi sono diventati allenatori. E posso dire che quando si parla di giocatori che hanno militato a un certo livello, la sensibilità calcistica inevitabilmente aumenta».
Cosa intende? «Conoscono bene lo spogliatoio, conoscono bene il campione, sanno riconoscerlo e questa cosa li aiuta».
Ma «Mentre fanno i calciatori è difficile immaginarli un domani su una panchina».
Perché? «Si tratta di due mestieri diversi. Da calciatore pensi solo a te stesso, da allenatore pensi a tutto tranne a te stesso. Devi badare alla società, ai tuoi calciatori, ai tuoi tifosi».
Del Gattuso calciatore cosa la colpiva più di tutto? «L’orgoglio, la grande determinazione ma soprattutto le motivazioni».
Ovvero? «Il Rino che conosco io è uno che se fa una cosa non si accontenta mai. Senza dimenticare che ha fatto tantissimi sacrifici per arrivare dove è».
Si spieghi. «Ha iniziato che voleva una maglia da titolare, poi ha deciso di vincere il campionato, poi ancora di vincere le competizioni europee. Il suo non è affatto un atteggiamento comune».
Pensa che questo atteggiamento lo riporti anche da allenatore? «Dal punto di vista caratteriale ha queste motivazioni intrinseche che arrivano a tutti, perché sono contagiose».
E del Gattuso allenatore cosa le piace? «Le squadre che gli ho visto allenare trasmettono passione e si vede che dipende dal suo modo di approccio. Dal punto di vista emotivo mi ricorda Conte. Alla guida del Milan ha fatto cose eccezionale, i calciatori danno tutto. Poi magari giocano male, ma si impegnano fino alla morte».
Perché secondo lei? «Perché Rino è uno che li porta a credere alla sua mentalità. Si porta dietro una storia di uomo e di calciatore incredibile e questa cosa lo aiuta all’interno dello spogliatoio».
La sua forza? «L’umiltà e allo stesso tempo anche l’ambizione. Gli piace mettersi in competizione».
Il suo incarico inizia quando finisce quello di Ancelotti, il suo maestro: come pensa che abbia vissuto questa situazione? «Sicuramente gli è dispiaciuto e sono convinto che lo abbia anche chiamato. So che sono legatissimi e ci tiene tanto al rapporto con Carlo. Ma d’altra parte con Rino è così: se ti sei comportato bene con lui avrai la sua riconoscenza per tutta la vita. Ma credo che stesso lui sappia che se pure non fosse stato chiamato lui, al suo posto avrebbero preso un altro».
Gattuso può essere il tassello giusto per arrivare a Ibra? «Se hanno un rapporto forte sicuramente sì. E conoscendo Rino certamente non hanno un rapporto finto, ma tra loro c’è stima».
Chi può essere il Gattuso di questo Napoli? «Sicuramente direi Allan. Come caratteristiche me lo ricorda molto. Il Gattuso che allenavo io io aveva la forza e la personalità che mi sembra di rivedere oggi nel centrocampista brasiliano del Napoli».
Fonte: Il Mattino
