Celestini: “Se la stessa decisione viene presa dopo un mese…”

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Il primo anno di Maradona a Napoli. Rino Marchesi portò la squadra in ritiro, quello famoso, quello di Vietri sul Mare. Costanzo Celestini non ne era affatto contento, ma sapeva che quella potesse essere una delle poche vie per cercare di rimettere insieme una squadra che rischiava di andare allo sbando.

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Il ritiro serviva a…«Innanzitutto, a cercare di compattarci. Ma poi anche a capire un po’ il momento che stavamo passando. Dovevamo ritrovare lo spirito di squadra e di spogliatoio che si era perso e che rischiava di farci entrare in un pericoloso tunnel di risultati. Era il primo anno di Diego a Napoli ed eravamo partiti con ben altre ambizioni all’inizio della stagione».
E servì? «Molto. Perché stare a stretto contatto tra noi ci aiutò a capire quelli che erano i problemi e a superarli, tanto è vero che la stagione prese una bella svolta da quel momento».
A lei però non piaceva andare in ritiro. «Assolutamente no, ma ero consapevole che in certi casi andava fatto per il bene della squadra e della stagione».
Perché era così convinto della utilità del ritiro? «Il rischio era che ognuno potesse fare quello che voleva».
E poi? «Alla fine noi stavamo bene lì, perché la voglia di tutti era quella di riuscire a vincere e sistemare le cose. Anche se non era gradita da tutti, era una soluzione che veniva accettata per il bene comune. L’anno in cui si lottava per non retrocedere, era la stagione 82-83, andavamo in ritiro dal giovedì praticamente ogni settimana. All’epoca la cosa veniva gestita in un modo, oggi è completamente differente, rispetto ad allora sono passati troppi anni».
Cosa intende? «Oggi i tempi sono cambiati. Quello che viviamo adesso è un calcio viziato. Tutti sono diventati esibizionisti e c’è poca passione da parte dei giocatori. Le dinamiche sono totalmente cambiate. Noi eravamo soli e c’era al massimo il telefono a gettoni. Noi avevamo le carte, ora ci sono i videogiochi e gli smartphone, è un modo diverso di fare aggregazione. I giocatori si sentono isolati pure se stanno insieme. All’epoca il nostro era un gruppo composto da ragazzi che stavano insieme da diversi anni, invece adesso i giocatori vanno e vengono come se niente fosse e magari cambiano maglia anche ogni tre mesi».
Nel Napoli, però, ci sono tanti giocatori di lungo corso… «È vero, ma nel gruppo di senatori ci sono un paio di giocatori in scadenza di contratto e quindi ci sono troppi interessi differenti: i procuratori ti mettono in testa chissà cosa».
Un mese fa ci fu l’ammutinamento per il ritiro imposto dalla società, ieri la squadra ha accettato la stessa misura adottata però da Ancelotti: stupito? «Già quello era un momento nel quale bisognava ammettere gli errori e accettare la decisione del presidente. Se poi ci arriva l’allenatore con un mese di ritardo, forse vuol dire che la società aveva visto giusto prima».
Ma non solo…«Più che altro mi stupisco dei giocatori che prima si sono rifiutati e ora invece hanno accettato la decisione: vuol dire che non hanno una grossa personalità».
Nel vostro caso Marchesi, oggi Ancelotti: qual è il ruolo dell’allenatore in questi casi? «Non è una situazione facile perché, pur di ottenere un risultato, il tecnico deve anche finire per apparire come antipatico. In questo momento Ancelotti forse vuole metterseli contro per spronarli e arrivare a un risultato positivo».
Come valuta la stagione del Napoli fin qui? «In Champions ha fatto bene ma la sconfitta col Bologna fa male per il distacco dalle prime posizioni. Si tratta di una cosa preoccupante. È un momento delicato ed è opportuno stringersi».

Il Mattino

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