Bruscolotti: “Dopo il successo di Torino contro la Juventus tutti capimmo che poteva essere l’anno giusto. Napoli mi ha stregato, ne sono innamorato e non è un modo di dire”

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Ormai il countdown è iniziato, i festeggiamenti per i 30 anni dal primo scudetto del Napoli si possono dire aperti. Uno dei protagonisti di quel Napoli, e che resterà una pietra miliare per sempre della maglia azzurra, è il mitico capitano Peppe Bruscolotti, che ha parlato al Corriere dello Sport.

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Fu un trionfo meraviglioso”.

“Dopo il successo di Torino contro la Juventus tutti capimmo che poteva essere l’anno giusto”.

Non partiamo dalla fine, Bruscolotti.Ma da Torino, da quando andammo a vincere in casa di quella che ritenevamo un po’ tutti la nostra avversaria principale, dalla cosiddetta nemica storica, e lo intendo in chiave calcistica”.

Fu quel giorno che capiste. “Eravamo partiti in maniera non del tutto convincente, perché pareggiammo due volte in casa, però sentivamo di avere qualcosa in più degli altri: ci serviva una prova di forza, quella che adesso si chiama autostima, ed il 3-1 alla Juventus ci liberò di qualsiasi peso. Fu un trionfo”.

Quante volte le hanno chiesto di quel pomeriggio? “E penso che la domanda si ripeterà nel tempo, anche se mi auguro che questo Napoli arrivi presto allo scudetto e dunque catalizzi intorno a sé ulteriore attenzione. Ma noi siamo stati i primi e quella fu un’impresa che rimane leggendaria, perché irripetibile”.

Quante volte l’ha rivissuta? “Mi capita spesso, ripenso a certe scene, alle emozioni colte sul volto della gente, a chi mentre ero in macchina si avvicinava al finestrino e veniva a baciarlo”.

Ed ai festeggiamenti. “Fu come un Capodanno, anzi di più: andammo a letto, credo, alle nove del mattino. Io avevo casa al primo piano di via Petrarca, i tifosi si arrampicavano al balcone per dirmi grazie, per abbracciarmi e chi invece aveva più intraprendenza, entrava in casa, perché il portone era aperto e pure la porta, salutava, banchettava un po’ con noi e poi se ne tornava per strada. Non volevano negarsi nulla, giustamente”.

Un bel giorno aprì un ristorante. “E lo chiamai 10 maggio 1987, fu spontaneo e direi anche scontato: ma quella è stata la data che mi si è inchiodata nella mia memoria e non andrà più via. Chi non conosce Napoli, non l’ha vissuta, non riesce ad immaginare cosa abbiano rappresentato quei momenti per una città intera e poi per generazioni. Il calcio è di tutti, più di ogni altro aspetto, e quel pomeriggio fu come ribellarsi al destino o anche rompere un sortilegio. Perché per quanto mi riguarda ormai non ci credevo quasi più”.

Si era rassegnato quasi?C’ero andato vicinissimo con il famoso Napoli di Vinicio, ma ci fu strappato il sogno. E poi anche con Marchesi, ma in quella stagione avvertivamo meno certezze. Io al Napoli sono arrivato nel 1972, quando mi sono laureato campione d’Italia ero avanti con gli anni”

Scelga un momento in cui svoltaste, però le è vietato citare Maradona, perché sarebbe comodo e semplice.Quando arrivò Allodi diventammo un club di assoluta statura e quindi competitivo. La figura d’un manager così autorevole, le sue scelte, la politica societaria: ci furono impulsi significativi. Io ricordo ancora la chiusura del suo discorso, a Soccavo”.

Sinteticamente, lo ripeta. “Io ho fatto ciò che dovevo. Ora tocca a voi. Ci responsabilizzò, ci dimostrò di avere fiducia cieca in una squadra che aveva dentro di sé non solo valori tecnici, ma anche umani. Quando si dice un gruppo”.

Su Diego si può procedere con una encinclopedia di racconti. “Ma l’acquisto fu l’inizio della crescita tecnica. Credo che vadano applauditi, ancora oggi, la società, e quindi Ferlaino, e chi andò a Barcellona e ci rimase per portarlo qua: penso a Juliano ed a Dino Celentano”.

E’ esistito un segreto? “Restare freddi, in una Napoli che, si provi ad immaginarla, era torrida. Perché si ebbe la percezione in tutti, penso proprio dopo il successo di Torino sulla Juventus, di essere al crocevia. E dunque noi mascheravamo le nostre sensazioni, che erano eguali a quelle dei tifosi, e mostravamo cautela: ogni frase un po’ più spinta, avrebbe scatenato ulteriormente la passione”.

Ottavio Bianchi, in questo contesto, rappresentava la figura più idonea sulla panchina.Quando arrivò, Allodi ci spiegò anche il perché di questa scelta, che un po’ colse di sorpresa l’ambiente, avendo Marchesi guadagnato simpatie. Ma il direttore fu chiarissimo: qui ci vuole un rompico…, uno che sappia fronteggiare attimi delicati che nel corso di una stagione si possono determinare. E il mister seppe suggerire sempre la strategia più opportuna”.

Quel 10 maggio le ha cambiato la vita?Me l’ha resa meravigliosa”.

Quel Napoli sarebbe riproducibile in questa epoca? “E vincerebbe ancora il campionato, mi creda. Avevamo una difesa, un centrocampo ed un attacco fortissimo, e poi avevamo Lui. Io non so quanti gol sarebbe in grado di segnare adesso, con la marcatura a zona e le difese schierate. Lui era un marziano”.

E lei, Bruscolotti? Sono diventato il calciatore con il maggior numero di presenze con la maglia azzurra, ma comincio a sospettare che Hamsik mi possa togliere il primato. Sono arrivato qua che ero poco più di un ragazzino e non sono più andato via: Napoli mi ha stregato, ne sono innamorato e non è un modo di dire. Io per tutti sono Peppebruscolotti, tutto d’un fiato, uno di loro, un amico e per sempre”.

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