Da Benitez a CR7 ed ora al Verona, la grande crescita dell’ex azzurro Pecchia
B envenuto Fabio Pecchia. La Gazzetta ha aperto le sue porte all’allenatore del Verona capolista, accompagnato dal d.s. Filippo Fusco (napoletano). Un tecnico speciale, e non solo perché sta dominando la Serie B. La sua bella carriera da calciatore, le prime esperienze in panchina, gli anni a fianco di Rafa Benitez a Napoli, Madrid e Newcastle, tante belle storie, la consacrazione. Perché la nuova, ricca leva di allenatori italiani ha un nuovo iscritto. Via la giacca, maniche rimboccate. Parla Fabio Pecchia.
Quanto ha pesato in voi il ruolo di favoriti per la promozione? «Siamo partiti con tanta pressione addosso ma anche con tanta voglia di vincere. Dopo una retrocessione bisognava gestire la situazione soprattutto a livello psicologico e creare un gruppo vincente».
I punti chiave del suo lavoro? «La consapevolezza di fare il calcio che vogliamo, senza lasciare nulla al caso. L’equilibrio tra fase difensiva e offensiva. La maturità per affrontare bene le partite. Il Verona è la squadra da battere, adesso che è primo lo è ancora di più». Ma come siete stati accolti a Verona lei e Fusco?
Quali differenze calcistiche ha notato tra Italia ed estero? «In Inghilterra c’è più fisicità, gli arbitri fischiano poco e quindi c’è più ritmo: la Premier, da questo punto di vista, ricorda la B, tutti possono battere tutti. In Spagna il Barcellona ha lasciato il segno e tutti giocano a viso aperto, anche se sono al Bernabeu».
In B vede più calcio propositivo o di attesa e contropiede? «Propositivo, vedi Spal, Perugia, Brescia e altre. Il calcio d’attesa non è meno redditizio, guardate Simeone. Non lo discuto, lo rispetto: a me però non piace, preferisco essere protagonista della partita».
In classifica avete già fatto il vuoto. Troppo forte il Verona o troppo deboli gli avversari? «La B è sempre imprevedibile, può ancora succedere di tutto. Con noi sono retrocessi Carpi e Frosinone, che in A avevano fatto più punti e hanno cambiato pochissimo: verranno fuori. Poi occhio al Bari, che ha giocatori importanti, e allo Spezia, che lavora con lo stesso allenatore dall’anno scorso».
Proprio a La Spezia sabato avete dato una prova di forza notevole vincendo 4-1. «Una vittoria di squadra, con l’approccio e la mentalità che dobbiamo avere sempre».
Siete il miglior attacco e avete in Pazzini il capocannoniere. Come ha fatto a rimotivarlo? «Il lavoro dell’allenatore è anche psicologico. Tutti erano demoralizzati per la retrocessione, lui aveva anche avuto diversi infortuni. Però ci ha dato subito grande disponibilità. Non giochiamo solo con i cross alti per lui, anzi: giochiamo palla a terra e lui partecipa. Vi svelo in retroscena».
Prego. «Quest’estate io e Fusco siamo andati a Montecatini a casa sua una sera a mezzanotte. Gli abbiamo detto: levati la maglia del Milan, dell’Inter, della Nazionale, metti la canottiera del muratore e facci vincere. E così ha fatto. E’ straordinario. Non mi stupirei se un domani Ventura pensasse anche a lui».
E’ lui il leader? «Siamo un gruppo di leader. Anche Romulo, Coppola o Troianiello: tutti, a modo loro, sono leader nel nostro spogliatoio. Come succedeva quando giocavo nella Juve di Lippi».
Il suo centrocampo a tre non ha ruoli fissi. Come funziona? «Abbiamo scelto giocatori di qualità che si adattano a più ruoli, cerchiamo di esaltare le loro caratteristiche. Il vertice può essere basso o alto, si può ruotare, lo sviluppo del gioco può cambiare. Come il dj…».
Ossia? «Nel nostro spogliatoio c’è sempre la musica, ma non la mette uno solo, si cambia».
Una cosa che ha imparato lavorando con Benitez? «Ha un metodo di lavoro di altissimo livello, me lo porterò dietro per sempre».
E com’è Cristiano Ronaldo? «E’ un uomo vero, leale. E poi ama l’Italia, quando mi ha conosciuto mi ha detto: “Tu sei italiano, mi piaci”».
Dalle esperienze all’estero cosa vorrebbe trasferire in Italia? «Allenamenti solo al mattino. E vorrei abolire i ritiri prima delle partite in casa: noi l’abbiamo già fatto 45 volte, per la Coppa Italia ci siamo visti direttamente allo stadio».
Quanto vale per lei lo studio dei dati di una partita? «A Benevento abbiamo giocato 85’ in dieci e avuto il 70% di possesso palla, ma abbiamo perso 20. Di solito però i numeri non sbagliano».
La laurea in Giurisprudenza quanto serve a un allenatore? «Mi aiuta nell’approccio con i giocatori. Quelli che hanno studiato hanno una predisposizione diversa».
Anche Fusco è avvocato. La vostra intesa è fortissima… «Ci conosciamo da vent’anni, quando parliamo diciamo le stesse cose. I giocatori sono i primi a percepire qualche crepa: qui non ce ne sono e la cosa aiuta. Lui comunque non voleva che io facessi l’allenatore, invece…». (Fusco annuisce)
Quando giocava ha avuto un’esperienza nell’Aic. «Molto interessante. Poi però s’è accesa la fiammella della panchina e non l’ho spenta».
Come siete stati accolti lei e di Fusco? «All’inizio qualche battuta su Totò e Peppino c’è stata… Però lo scetticismo è svanito in fretta, è bastato vedere come lavoravamo e abbiamo subito sentito la fiducia. E con le prime vittorie è arrivato anche l’entusiasmo. Quando il Bentegodi trascina è fantastico».
Come si trova in città? «Io sto a Peschiera ma vado spesso a Verona. E’ stupenda. La gente mi ferma, con grande educazione, e mi fa i complimenti. Ho tre figlie che giocano a pallavolo a Castel d’Azzano: solo a Newcastle non mi hanno seguito, perché andavano a scuola a Madrid».
Ha visitato la casa di Giulietta? «Certo! Una santa donna!». (ride)
Fonte: Gasport
