Malagò: “Per fare dei cambiamenti bisogna sapere di cosa si parla”
Giovanni Malagò, presidente della Federcalcio, è intervenuto ai microfoni di Sky Sport 24 all’inizio della settimana che dovrebbe portare alla scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Queste le sue parole riportate da Tuttonapoli:
Abbiamo visto tante cose nuove, gli hydration break, l’half time show lunghissimo. Cosa le è piaciuto e cosa no? “Io mi sono limitato, facendo parte del contesto tradizionale europeo, a una riflessione sull’andamento della partita. Le altre cose sono innovative, coraggiose, discutibili: hanno aperto il dibattito urbi et orbi. Alcune cose, tipo l’hydration break, partono da un presupposto sacrosanto viste le temperature: è chiaro che c’è una strumentalizzazione per far passare questi spot che poi sono un pezzo fondamentale nella dinamica dei ricavi record che sono stati fatti.
Penso che, al di là dei puristi, a chi ha i diritti non dispiacciano questi spazi. Idem l’intervallo così lungo: ha dato l’opportunità di vedere uno spettacolo che noi normalmente non vediamo, e poi c’è l’aspetto di montare e smontare un palco dove si sono esibiti i più grandi del mondo. È lo show business dell’America, né più né meno di quello che accade durante le finali delle grandi leghe professionistiche come hockey, baseball e football americano con il Super Bowl”.
C’è una certa ipocrisia nel contestare queste novità, che consentono di finanziare il calcio? “Siamo imbevuti dalla mattina alla sera dagli aspetti finanziari che riguardano il mondo del calcio. Penso all’incredibile paradosso: io non conosco altri contesti dove i protagonisti ragionano solo in termini di netto. È un ossimoro, anche perché poi ci possono essere interventi normativi diversi, anche tra Paesi diversi. Quanto ai biglietti: in tutti i grandi eventi, penso alle Olimpiadi o a Wimbledon, ormai c’è una multinazionale che la fa da protagonista. I prezzi sembrano folli, ma sono dettati da domanda e offerta: c’è un algoritmo che genera un prezzo su cui si incontrano la richiesta di chi compra il biglietto con i pochi ancora disponibili”.
Il caso Balogun ha sollevato la necessità di un limite nei rapporti calcio-politica… “Beh, lì si è passato il segno. C’è sempre un confine: io in tanti anni di CONI e di CIO conosco bene la Carta Olimpica. È chiarissima sotto il profilo dell’autonomia. Poi non viviamo nella montagna del sapone e sappiamo benissimo che ci possono essere elementi di elasticità. Lo sport senza la politica non riesce a fare il suo lavoro, e la politica allo stesso tempo sa che il suo ruolo è fondamentale. Se lo prevarica, finiamo in fuorigioco”.
Quanto manca per l’annuncio del nuovo commissario tecnico? “Voglio puntualizzare una cosa. Io ho impiegato due settimane per portare a bordo Maldini e Leonardo: essendo persone molto serie e molto interessate al progetto, hanno voluto entrare nel dettaglio, nella specificità di quello che avessi in mente, di come sono strutturate le cose, di chi lavora e di chi potrebbe lavorare nell’ambito del settore tecnico. Avete visto che hanno già fatto un blitz a Coverciano: in queste due settimane, nelle quali ho fatto 7-8 call e videoconferenze, abbiamo parlato di tantissime cose. Quella di cui abbiamo parlato meno è stata quella economica e contrattuale. Nel calcio, invece, il problema principale è sempre quello economico-contrattuale. Noi abbiamo messo questo come ultimo aspetto, per avvalorare la qualità e la serietà dell’interlocuzione con loro due. In questo quadro, abbiamo declinato il concetto della condivisione delle scelte: quella apicale è ovviamente quella del commissario tecnico.
Ma non è certo l’unica: ci sono diverse altre figure, dal team manager al collante con la squadra, al coordinamento con le componenti, in tutti i settori. Per fare dei cambiamenti bisogna sapere di cosa si parla: io stesso cerco di apprendere e conoscere come stanno le cose, poi, se ho idee diverse, devo sottoporle al consiglio federale. Sull’allenatore non c’è alcun tipo di scontro. La parola condivisione, però, parte da un’idea che deve essere al 100% d’accordo tra le parti: ammesso e non concesso che questa idea ci sia, poi va declinata a livello pratico. Cioè come è accaduto con Maldini e Leonardo: siamo a dieci giorni, stiamo parlando con un soggetto che magari è stato individuato ma con cui stiamo definendo.
Ci sono carte che non posso girare, come non ho potuto farlo con Maldini e Leonardo. Spero di essere stato chiaro”. Certo. “Se posso aggiungere una cosa, per cultura, è che mi sembra che tutti siano contenti dell’impostazione Maldini e Leonardo. Se domattina l’azionista di Sky chiama il direttore generale con delega al calcio e gli propone Mario Rossi, e quello non è convinto da Mario Rossi, si chiede che cosa sia venuto a fare. Ci si confronta, sulle idee, sul contratto, sull’opportunità di puntare su Mario Rossi”.
C’è un modo per rendere di nuovo conveniente la creazione del talento italiano? “Sarò breve. Questo tema rappresenta il 60-70% dei discorsi che ho fatto con Paolo Maldini e Leonardo, ed è di questo che parliamo con chi riteniamo possa essere una soluzione. Se uno non è convinto, può anche essere il più bravo, ma serve realismo: ci si deve qualificare a tutti i costi, e siamo d’accordo. Ma dubito ci possa bastare: io sono ambizioso, come lo sono Maldini e Leonardo. Noi dobbiamo alzare moltissimo il livello con delle politiche mirate, che non hanno nulla a che fare con chi si siede sulla panchina della Nazionale”.

