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Spagna-Argentina: la sfida che, invevitabilmente fa pensare a Diego

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Factory della Comunicazione

La sfida mondiale tra Spagna e Argentina, inevitabilmente, sarà un incrocio che vedrà Diego Armando Maradona protagonista comunque. El Pipe de Oro, come è risaputo, prima di trasferirsi a Napoli per scrivere la storia, Tra il 1982 e il 1984 vestì la maglia del Barcellona. Come ricostruito con dovizia di particolari dal “Il Mattino”, il fantasista argentino non ebbe vita facile in Catalogna.

Quiero irme”. Due parole sancirono la fine della storia. E posero fine a un feeling mai sbocciato. Fu Diego a pronunciare le due parole: voglio andarmene. Le urlò in faccia al presidente Nunez quando aveva già in tasca la proposta del Napoli. E puntò i piedi di brutto, minacciando di disertare e di non giocare la tournèe del Barcellona negli Usa. Eppure Maradona non sapeva niente del Napoli, o meglio sapeva soltanto che la squadra fosse in serie A ma niente di più. Bastò il contatto stabilito dal grande Totonno Juliano con il manager Cyterzpiler per far vacillare il campione: in realtà Diego non aspettava altro che rompere con i catalani e con la Spagna. I settecento giorni in blaugrana iniziarono male e finirono peggio. Una storia che partì con il piede sbagliato, da quando il Barcellona mise gli occhi addosso al Pibe. Già nel 1977 avrebbe potuto lasciare l’Argentina ma il Barca non se la sentì di investire 100 milioni di lire su un ragazzo di 16 anni: avrebbe speso 12 miliardi di lire nell’82, nonostante il fiasco della Nazionale ai mondiali di quell’anno proprio in Spagna. In Catalogna Diego sbarcò con il suo clan: amici argentini, la famiglia, il manager, l’addetto stampa, la segretaria, il cameramen: gli venne messa a disposizione una villa con piscina nel quartiere residenziale di Pedralbes, sulle colline che circondano la città.

La scintilla non scoccò mai. Il Camp Nou si aspettava miracoli e prodezze a ripetizione ma quella era una squadra forte, non uno squadrone. Con gli inevitabili contrattempi che Diego dovette fronteggiare alla sua prima esperienza in Europa (incomprensioni pure con l’allenatore Lattek, poi esonerato), come se non bastasse ebbe a dire nella sua autobiografia che i catalani erano razzisti nei confronti degli argentini: non gli venne perdonato niente, soprattutto le sue uscite notturne. Lo soprannominarono “sudaca”, che non significa sudicio ma è il termine dispregiativo adottato dalla borghesia catalana per etichettare gli immigrati sudamericani. Peggio andò con il presidente Nunez, che una volta negò a lui e Schuster il passaporto e il permesso di andare a giocare la partita di addio al calcio di Breitner: Maradona mandò in frantumi alcuni trofei del club in bacheca, Nunez gli restituì il passaporto ma non dette l’ok per la partita, non vennero alle mani perché furono separati.
Al primo anno si beccò l’epatite, che lo tenne lontano dal campo alcuni mesi. All’inizio del secondo, settembre ‘83, il basco Goikoetxea gli mandò in frantumi la caviglia: altri tre mesi fuori, Diego “scoprì” la cocaina e la freddezza sociale e culturale di quel popolo, avvertì il distacco dei dirigenti, il presidente Nunez lo faceva pedinare giorno e notte. Quando tornò in campo dopo tre mesi, anche con la squadra il rapporto si era deteriorato nonostante in panchina fosse subentrato Menotti. Il punto esclamativo arriva a maggio dell’84, nella finale di Coppa del Re: è la resa dei conti tra Diego e Goikoetxea, volano sputi, calci e pugni. Botte da orbi sotto gli occhi del Re Juan Carlos, è l’ultima delle 58 gare in blaugrana (con 38 reti) prima di approdare al Napoli. Rimetterà piede in Spagna nel ’92 sponda Siviglia, allenato dall’amico Bilardo: vi resiste 9 mesi.

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