Maurizio Santopietro. “Per coerenza e per filosofia di gioco: Allegri punta Max per una pericolosa discesa”

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Il pensiero dello scrittore

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“Per amore di coerenza, il gioco espresso da Allegri non mi è mai piaciuto, così come mai m’è piaciuta l’espressione filosofica di fondo: il difensivista, soprattutto una volta in vantaggio di un gol! È lo stregone della strategia minimale, utilitarista, ossia lesinare sugli errori degli altri per provare a vincere, quando gli riusciva con squadre altamente competitive, cosa che non gli riesce più da ben sette anni. Sette. Sono franco: è un allenatore che considero “bollito”. Lo dico ora, dopo tutti sono capaci. Lo dico da tifoso napoletano da quasi sessant’anni. Ma, dico, ma, se dovesse ottenere risultati (scudetto o semifinale di Champions), sarei felice per il Napoli, anche pronto a cospargermi il capo di cenere. Però la variabile discriminante sarà soprattutto la qualità del gioco con cui farà risultato. E qui sta il punto. Anzi, il problema.

Perché il Napoli non è una squadra qualsiasi e Napoli non è una piazza qualsiasi. Qui non basta vincere: bisogna convincere. Non basta portare a casa l’1-0 e abbassare la saracinesca per settanta minuti. Non basta trasformare il calcio in una partita a scacchi giocata all’indietro. Napoli ha applaudito il risultato quando era figlio del coraggio, dell’iniziativa, della personalità. Ha amato chi provava a imporre il proprio gioco, non chi si limitava ad amministrare quello degli altri.

Per questo la scelta di Aurelio De Laurentiis continua a sembrarmi incomprensibile. O, quantomeno, profondamente contraddittoria. Dopo anni trascorsi a rivendicare progetti tecnici innovativi, allenatori identitari e calcio propositivo, il presidente ha deciso di affidarsi a un tecnico che rappresenta esattamente il contrario. Una virata brusca, quasi uno strappo culturale prima ancora che tattico.

La domanda è semplice: perché Allegri oggi? Per il curriculum? Certo. Per i trofei vinti? Indiscutibile. Ma il calcio vive di presente, non di album dei ricordi. E il presente racconta di un allenatore che da anni non riesce più a incidere come un tempo, che ha progressivamente smarrito la capacità di evolversi mentre il calcio europeo correva a velocità doppia. Nel frattempo il mondo è cambiato. Si pressa alto, si occupano gli spazi, si aggredisce la partita. Allegri continua invece a ragionare come se il talento individuale fosse sufficiente a risolvere problemi collettivi. Era una ricetta vincente dieci anni fa. Oggi assomiglia sempre più a una reliquia tattica.

Il paradosso è che il primo a rischiare di rimanere schiacciato da questa situazione potrebbe essere proprio lui. Perché Napoli sa essere generosa, ma non è paziente. E soprattutto non dimentica. Non dimentica il calcio di Sarri, non dimentica la rivoluzione di Spalletti, non dimentica l’entusiasmo che nasce quando una squadra prova a dominare l’avversario invece di aspettarlo.

 

De Laurentiis, questa volta, sembra aver scelto il nome invece dell’idea. Il passato invece del futuro. La prudenza invece dell’ambizione. E proprio per questo la sua appare una delle decisioni più rischiose della sua gestione. Se funzionerà, sarà celebrato come il visionario che aveva visto giusto contro tutti. Ma se dovesse andare male, sarà difficile sfuggire all’impressione che abbia inseguito una figura ormai appannata dal tempo, più per nostalgia del prestigio che per reale convinzione tecnica.

 

Naturalmente il pallone conserva una virtù meravigliosa: quella di smentire chiunque. E nessuno sarebbe più felice di me di essere smentito da uno scudetto o da una cavalcata europea. Ma il calcio non è soltanto il risultato stampato sul tabellino. È identità, emozione, appartenenza. È il modo in cui arrivi alla vittoria.

 

Ecco perché, oggi, la mia sensazione resta immutata: più che una nuova partenza, quella di Allegri assomiglia a una scommessa nostalgica. E le scommesse nostalgiche, nel calcio come nella vita, raramente pagano dividendi. Soprattutto quando si pretende di guidare una Ferrari con la mentalità di chi vuole semplicemente evitare di uscire di strada”.

 

A cura di Maurizio Santopietro

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