Dalla disciplina all’empatia: come Max Allegri vuole conquistare lo spogliatoio azzurro
La transizione da Antonio Conte a Max Allegri rappresenta da sempre uno dei passaggi di consegne più affascinanti del calcio italiano, un film già visto a Torino e che oggi si ripete all’ombra del Vesuvio. Se Conte forgia i suoi successi sulla disciplina ferrea e la tensione costante, Allegri risponde con una leadership autorevole ma mai autoritaria, fondata sulla triade empatia, autenticità e metodo. Di seguito il focus de Il Mattino.
“Dopo due anni di Conte, ecco Allegri nello spogliatoio del Napoli. Come guadagnarsi la fiducia dei giocatori, al di là dell’indiscutibile personalità e del ricco curriculum? «Con empatia, autenticità e metodo. L’empatia è la capacità di immedesimarsi negli stati d’animo altrui. I giocatori si sentono compresi e avvertono che l’allenatore sta dalla loro parte. In più, l’empatia che io trasmetto loro ne produce altra fra gli stessi giocatori. L’autenticità, la capacità di restare sé stessi e di essere valorizzati come tali, viene percepita e quindi i giocatori si applicano il doppio per eseguire ciò che una persona vera ha suggerito loro. Il metodo, inteso come l’insieme delle indicazioni e dei temi tattici, fornisce una “direzione” ai giocatori: è un po’ come la stella cometa per i Re Magi. E quell’obiettivo diventa una specie di idea guida: una monoidea».
La leadership è di un allenatore autorevole, non autoritario. E qui c’è un parallelo con Conte, di cui Allegri raccolse l’eredità già 12 anni fa alla Juventus. «Essere autorevoli non significa certo diventare autoritari. I giocatori fanno parte del progetto, per cui il ruolino di marcia di una squadra dipenderà molto dal rapporto che intercorre tra l’allenatore e i suoi ragazzi. Al mister spettano le decisioni, è vero, ma non dovrà eccedere nel porre sé stesso al centro del progetto perché in questo caso rischierebbe di avere attorno a sei giocatori non pensanti o, in generale, un clima di gruppo negativo o per lo meno poco reattivo. La soluzione ideale è quella in cui l’allenatore prima di decidere si confronta con i ragazzi facendoli sentire importanti. Così facendo ciascun giocatore si sentirà parte del progetto e non tagliato fuori. Si sentirà una tessera del mosaico, piccola ma insostituibile».
E Conte? Si legge nelle pagine del libro “È molto semplice”: «Aveva vinto molto con la Juve e per di più era noto per il suo carattere forte e la sua propensione a farsi sentire negli spogliatoi. In più di un’occasioni mi soffermavo a sottolineare di aver trovato un gruppo con regole, disciplina e grande cultura del lavoro. Da parte mia, portai una filosofia un po’ diversa perché ogni allenatore ha il suo modo di vedere il calcio e di vincere. Io ho avuto grandi allenatori che insegnavano senza alzare la voce e altri che urlavano molto ma senza insegnarti nulla»”.
