Nel corso di una lunga intervista al podcast Bloomberg Business of Sport, riportata da Azzurrissimo, il presidente del Napoli Basket ed intermediario del fondo americano che sta cercando di acquistare il Napoli, Matt Rizzetta, ha parlato del suo futuro e dei possibili nuovi investimenti.
Di seguito le sue parole:
Ci presenti Underdog Global Partners e ci spieghi qual è la vostra missione?
“Siamo una società di private equity focalizzata sull’investimento e sulla gestione di asset sportivi sottovalutati. Abbiamo tre divisioni: la prima comprende le nostre franchigie sportive; oggi possediamo quattro squadre professionistiche tra calcio e basket in varie parti del mondo. La seconda si occupa di real estate, con progetti infrastrutturali legati ad arene, accademie e sviluppi immobiliari nel settore sportivo. La terza è una divisione di advisory che lavora alla strutturazione di operazioni per altri fondi di private equity, investitori ad alto patrimonio e family office che vogliono entrare nel mondo dello sport, che ormai è diventato una vera e propria asset class. Siamo orgogliosi di farne parte. Non mi aspettavo di trovarmi nel business dello sport a questo punto della mia carriera. Il mio percorso è un po’ particolare: ho iniziato nel marketing e nei media. Ho fondato una società di media e marketing chiamata North 6 Agency alla fine del 2009. Il nome deriva da North 6 Avenue, la strada di Mount Vernon, nello Stato di New York, dove si stabilirono i miei nonni immigrati italiani. Abbiamo costruito una grande azienda. Ho iniziato lavorando dal seminterrato di casa e, nell’arco di circa dieci anni, l’abbiamo trasformata in una delle 50 principali società indipendenti di media e marketing degli Stati Uniti. Successivamente ho ceduto l’azienda e ho deciso di fare qualcosa di nuovo. Non riuscivo a immaginarmi in pensione. Volevo dedicare la mia vita a ciò che mi appassionava davvero. Era il mio sogno acquistare la squadra di calcio della città da cui erano emigrati i miei nonni e costruire una sorta di favola sportiva, riportandola ai vertici del calcio italiano. Era il 2019-2020, proprio quando Ryan Reynolds stava entrando nel progetto Wrexham. Pensai che avremmo potuto fare qualcosa di simile in Italia con una squadra chiamata Campobasso. Così è iniziato tutto. Abbiamo coinvolto partner straordinari come Mark Consuelos, Kelly Ripa, Dan Doyle e Angelo Pasto, persone che mi sostengono da molto tempo. Abbiamo trasformato il Campobasso in una vera storia da Cenerentola: siamo partiti dalla quinta serie dilettantistica, abbiamo vinto due campionati e ottenuto due promozioni. Nell’ultima stagione abbiamo chiuso al quarto posto in Serie C e siamo arrivati a poche vittorie dalla promozione in Serie B, un traguardo che quella tifoseria non raggiunge da oltre quarant’anni. Volevamo creare una piattaforma che rappresentasse i valori dell’underdog, da cui deriva anche il nome Underdog Global Partners. Quei valori rappresentano la mia storia personale. Ho un enorme debito di gratitudine verso i miei nonni e i miei genitori, che hanno sacrificato tantissimo per me e la mia famiglia. Sentivo che questo club potesse rappresentare quei valori. Dal punto di vista commerciale, inoltre, quella storia non veniva raccontata nel modo giusto. Per questo ci siamo concentrati innanzitutto sullo storytelling: come raccontare questa storia in modo da coinvolgere non solo i tifosi di calcio, ma tutte le persone che possono identificarsi nel percorso dell’underdog e nell’esperienza dell’immigrazione che mi ha portato a fare questo investimento.”
Può spiegare come funzionano le diverse categorie del calcio europeo e quali differenze ci sono dal punto di vista del business?
“Essendo un imprenditore, sono per natura un ottimista. Ho una propensione al rischio piuttosto elevata e considero promozioni e retrocessioni una grande opportunità. Nel nostro caso, con il Campobasso, puoi acquisire o salvare una squadra estremamente sottovalutata. Certo, serve molto lavoro e nel calcio non esistono garanzie. Ma se raggiungi gli obiettivi che ti sei prefissato e porti la squadra nelle categorie superiori, il valore dell’investimento può crescere in modo straordinario. Puoi acquistare un asset a un valore e, due o tre anni dopo, ritrovarti con un asset che vale quindici volte tanto. L’altra faccia della medaglia è la retrocessione. Ho visto moltissimi investitori stranieri, soprattutto americani, acquistare club europei senza avere la rete di contatti giusta, senza comprendere le sfumature culturali, senza parlare la lingua o senza conoscere il calcio. Dopo due o tre anni si sono ritrovati con una squadra passata dalla prima o seconda serie alla quarta o quinta, cancellando il 90% del valore dell’investimento. Per questo servono grandi dirigenti, ma soprattutto un profondo rispetto per la cultura e le tradizioni locali. Spesso gli investitori stranieri non danno il giusto peso alla storia dei club. Nel mio caso, l’italiano non è la mia prima lingua, ma lo parlo fluentemente. Negli ultimi cinque o sei anni ho tenuto probabilmente tra le 100 e le 150 conferenze stampa in Italia e le ho fatte tutte in italiano. Credo che piccoli gesti come questo siano importanti per dimostrare rispetto verso la comunità, i tifosi e il territorio. Questi club vengono tramandati di generazione in generazione. Se arrivi con una mentalità esclusivamente commerciale e cerchi di imporre la tua presenza senza comprendere il contesto, rischi seriamente di fallire.”
Quando valutate nuovi investimenti, come avete fatto con il Napoli Basket, quali aspetti considerate e come misurate i rischi?
“Il Napoli Basket è il nostro progetto più recente e stiamo entrando nel secondo anno di proprietà. È stato un successo che ha superato ogni mia aspettativa. A un anno dall’investimento, una squadra che non raggiungeva i playoff da vent’anni è arrivata a una sola vittoria dalla qualificazione. Stiamo costruendo un’arena all’avanguardia che sarà una delle più importanti d’Europa e siamo in dialogo con l’NBA per diventare una franchigia di espansione dell’NBA Europe. Quando ho iniziato a valutare questa opportunità, circa due anni e mezzo fa, ciò che mi ha colpito è stato il confronto con il calcio. Il calcio è chiaramente lo sport principale in Europa. Puoi prendere una squadra di una città secondaria, come Wrexham o Campobasso, e costruire un asset molto importante perché operi nello sport dominante del continente. Nel basket, invece, la situazione è diversa. È lo sport che cresce più velocemente in Europa. L’NBA sta investendo nel continente, l’Eurolega sta rafforzando la propria piattaforma commerciale e, grazie alla NCAA, si sta sviluppando un mercato dei trasferimenti di giocatori tra club europei e college americani che prima non esisteva. Tuttavia, resta ancora uno sport secondario. La nostra tesi era semplice: nel calcio investire in una città secondaria con uno sport primario; nel basket investire in una città primaria con uno sport secondario. Quando abbiamo analizzato il Napoli Basket, i multipli di valutazione erano molto più bassi rispetto al calcio. I club di basket venivano valutati tra una e una volta e mezzo i ricavi, mentre nel calcio si parlava di sei-dieci volte i ricavi. Per questo ritenevamo di poter acquisire un asset straordinario a sconto, all’interno dello sport con il più alto tasso di crescita in Europa e in una città come Napoli, che sta vivendo una forte espansione turistica e internazionale. L’America’s Cup è stata assegnata a Napoli, si parla della Formula 1, la Costiera Amalfitana è alle sue spalle. Ho sempre visto Napoli come un marchio straordinario da esportare a livello internazionale e come una piattaforma ideale per il basket, considerando che milioni di italiani nel mondo si identificano con il Sud Italia e con Napoli. Questa era la nostra visione e, a giudicare dai risultati ottenuti finora, credo che la tesi si sia dimostrata corretta. Poi naturalmente si è aperto il capitolo Napoli calcio, che rappresenta una tesi completamente diversa: sport primario e città primaria.”
