Gazzetta – ” 40 anni fa” tre minuti di follia, vendetta e pura estasi sportiva che resero Diego immortale

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Gli Anni Ottanta. Gli analisti e gli storici osservano e si interrogano: il Novecento è stato il secolo breve? Ok, gli Anni Ottanta sono stati a buon diritto il decennio lungo. Nasce tutto lì. O quasi. Il cubo di Rubik, il Napoli di Maradona, la cultura pop, Michael Jackson. L’era digitale, il Macintosh di Apple, il computer Commodore 64, il Game Boy. La prima versione di Windows, la versione completa di Maradona, gli hacker, il telefonino Motorola: primo prezzo 4mila dollari. E poi la cultura dell’immagine, i graffiti di Maradona, il fitness, la ginnastica aerobica, fuseaux colorati, scaldamuscoli e fasce antisudore a tinte sgargianti, le diete, le creme maschili per il viso. Aumentano i videoregistratori. Irrompe il CD, molto amato dai giocatori “normali”. E da Maradona. Ascoltano musica e si concentrano, giovani e meno. In ritiro (e fuori) non guardano solo i gol di Novantesimo Minuto. E di Maradona. Si sintonizzano anche su Drive In con Carmen Russo, Lory del Santo e le ragazze fast food. Sulla Corrida di Corrado. Oppure su Canale 5, con Telemike di Mike Bongiorno, re dei doppi sensi. Ci sono le concorrenti che si presentano pure sulla storia della letteratura erotica. E si assiste a truffe in diretta: Mike ne becca una con i foglietti nel reggiseno. Ahi ahi signora… Pianti e vergogna. Anni Ottanta, nulla sembra irraggiungibile. Nasce tutto lì, anche la leggenda di Diego Armando Maradona, El Pibe de Oro e la sua speciale Mano de Dios. E il suo gol del siglo, nei secoli dei secoli.

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Le lacrime del telecronista

Mexico 86, Campionato del Mondo. Maradona è lì. Con la sua mano lesta e i suoi piedini d’oro. Si gioca in nove città, ma tutti aspettano con ansia il re. E si va nella città dove arriva il re. E lui si presenta e dice: “Anche se sono vestito di bianco, in smoking, e mi arriva un pallone sporco di fango, lo stoppo di petto”. Maradona ne dice (e ne fa) di cose. Bene, un po’ di numeri: nella fase finale della Coppa del Mondo 86 scendono in campo 412 giocatori. E Maradona. 17 quelli impegnati nella fase finale dall’Argentina. Più Maradona. 112 milioni di lire è il premio intascato dai giocatori argentini per la conquista del titolo mondiale. E a Maradona? Qualche spicciolo in più per “quel” gol? Lasciamo perdere quello fatto alcuni minuti prima, è roba di prima mano. Concentriamoci con le eccitatissime parole del famoso telecronista Víctor Hugo Morales. Domenica 22 giugno 1986, Città del Messico, Stadio Azteca, Argentina-Inghilterra valevole per i quarti di finale. Spettatori paganti 115 mila. Al 51’ Argentina in vantaggio con gol contestato (poi ne parliamo) di Maradona. Poi la voce di Víctor Hugo Morales: “Ahí la tiene Maradona, lo marcan dos, pisa la pelota Maradona, arranca por la derecha el genio del fútbol mundial. Y deja el tercero y va a tocar para Burruchaga. ¡Siempre Maradona! ¡Genio! ¡Genio! ¡Genio! ¡Ta ta ta! ¡Gooolll, gooolll! ¡ Dios santo, viva el fútbol. Golaaazo, Diegoool, Maradona. Es para llorar, perdóneme. Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos. ¿Barrilete cósmico, de qué planeta viniste, para dejar en el camino a tanto inglés? ¿Para que el país sea un puño apretado gritando por Argentina? Argentina 2, Inglaterra 0. Diegol, Diegol. Diego Armando Maradona. Gracias, Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas. Por este Argentina 2, Inglaterra 0”. Il popolo argentino ha i brividi e piange.

L’aquilone cosmico

Tradotto: “Palla a Maradona, lo marcano in due, tiene palla Maradona, parte sulla destra il genio del calcio mondiale, può servire Burruchaga, sempre Maradona… Genio, genio, genio, dai, dai, dai, dai, dai… Goool, goool! Maradona! C’è da piangere, scusatemi, Maradona in una corsa memorabile, la miglior giocata di tutti i tempi, aquilone cosmico! Da quale pianeta sei venuto per lasciare sul posto tanti inglesi? Perché ora tutta una nazione sia un pugno chiuso che sta gridando per l’Argentina… Argentina 2 – Inghilterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questa Argentina 2 – Inghilterra 0”. Il brillante narratore Federico Buffa, nel suo libro Storie Mondiali, sottolinea: “È l’epicentro di una delle più famose telecronache sportive di sempre. E pensare che Morales non è nemmeno argentino: è uruguagio”. Ma passiamo alla partita e ai gol in dettaglio.

Il gol è sempre gol

Pronti, via. Argentina e Inghilterra giocano un primo tempo alla camomilla. Perfino Maradona si adegua al modesto tran tran. Poi la mano: al minuto 51 Diego ha un’idea, passare palla a Valdano per poi farsela ridare. È al limite dell’area, qualcosa potrebbe succedere. Prima di Valdano, però, arriva Steve Hodge. Un inglese. Il rinvio di Hodge non è granché, la palla schizza verso il cielo. Peter Shilton, il portiere, è alto un metro e ottantacinque, venti centimetri in più di Maradona. Arriverà prima lui, naturalmente. Invece no, sale Diego. Rete, 1-0 Argentina. Ma come ha fatto? Semplice, ha colpito la sfera con la mano. Urla Shilton, urlano i difensori, ma l’arbitro Ali Bin Nasser, tunisino, non ha visto nulla di irregolare. Racconta Stefano Bizzotto, splendido telecronista Rai, nel suo libro Giro del mondo in una Coppa: “La cosa curiosa è che sul momento non si accorgono di nulla nemmeno i telecronisti della Bbc, Barry Davies e Jimmy Hill, che, a caldo, commentano: ‘I giocatori inglesi protestano per un fuorigioco, ma non si sono accorti che a servire involontariamente Maradona è stato Hodge’”. Fuorigioco? Shilton e gli altri si toccano continuamente l’avambraccio, mimano la furbata di Diego. Tutto inutile. Maradona a fine partita dribbla anche le domande, riscrive il regolamento a suo uso e consumo: “So soltanto che la palla mi ha colpito da qualche parte. Mi sono girato e l’ho vista in porta. La mano? Perché tanto casino? Il gol è sempre gol, con qualsiasi parte del corpo lo segni”. Poi ammetterà: “Un poco con la cabeza de Maradona y otro poco con la mano de Dios”.

Una vendetta “simbolica”

Parla Ali Bin Nasser, l'arbitro tunisino di Argentina-Inghilterra '86, la storica semifinale mondiale in cui Diego Armando Maradona segnò un gol di mano e poi quello "del secolo" partendo da metà campo.

La manina dura solo tre minuti. Maradona fa subito dimenticare la refurtiva. Riceve palla da Enrique (“Amigos, ho fatto l’assist per il gol più bello della storia”), parte da lontano, dalla propria metà campo. Provano a fermarlo Reid, Butcher, Hoddle, Fenwick, Sansom, Stevens, Shilton. Sono sette. C’è un problema: sembra che si muovano “in differita”, sempre con un secondo di ritardo rispetto al vivo dell’azione. Diego corre, fa 60 metri in 10’’ e 8 con la palla incollata al piede, loro arrancano. Victor Hugo Morales urla e piange per l’ “aquilone cosmico” venuto da chissà quale pianeta. Gol, 2-0. L’Inghilterra ha una reazione, accorcia le distanze con Lineker e sfiora il pareggio. Lo sfiora soltanto. Vince l’Argentina. Scusate, vince Maradona. Prima il gol-truffa, poi il gol-capolavoro. Tutto nel giro di tre minuti. Come se Diego avesse voluto farsi perdonare per quell’enorme scorrettezza. Poi, più tardi, darà valore politico alla Mano de Dios. Nella sua autobiografia Yo soy el Diego (Io sono il Diego) e in molte interviste, Maradona inserisce “quel” gol nel contesto della Guerra delle Falkland (Malvinas), combattuta tra Argentina e Regno Unito nel 1982 e vinta dagli inglesi: “Era come se avessimo sconfitto un Paese, non solo una squadra di calcio”. Dirà che rubare quel gol fu per lui una sorta di “vendetta simbolica” e un atto di giustizia poetica.

“Chiedete chi era Maradona”

Argentina campione. Batte in semifinale il Belgio 2-0. Maradona segna due gol e incanta ancora. La Gazzetta titola: “Maradona sei il più grande”. Poi la finale nello stadio del partido del siglo, Italia-Germania 4-3. Maradona non fa gol ma con un tocco innesca Burruchaga, la Germania è battuta 3-2 e lui diventa il Re del Mondo. Poi dice: “Sono molto felice”. Lo aveva detto due anni prima. Giovedì, 5 luglio 1984, alle ore 18,31 abbraccia i suoi nuovi tifosi allo stadio San Paolo. “Buonasera napolitani, sono molto felice di essere qui con voi”. E si mette a palleggiare dentro il grande San Paolo, davanti a 60 mila tifosi. Ha i pantaloni lunghi di una tuta grigia e una sciarpa azzurra. Calcia forte e il pallone sale in cielo. Poi dice: “A Barcellona mi sentivo in catene. Napoli è stata la città di Sivori: sarà la mia città”. Comincia quella sera il romanzo di un’esistenza dorata e amara, dell’uomo che poteva avere solo un numero. Il numero 10, il numero di Maradona. El Diez vince due scudetti e Sandro Veronesi, grande scrittore e tifoso juventino, nella prefazione di una delle tante biografie del Diego scrive: “Chiedete, ragazzi, chiedete chi era Maradona e non smettete mai di chiederlo. Voi non c’eravate, non avete visto e avete bisogno almeno di sapere. Chiedete quanto splendeva, a chi l’ha visto splendere, e chiedete quando è finito a chi l’ha visto finire. Chiedetelo a me, che come tifoso l’ho avuto sempre contro e l’ho odiato, sì, l’ho odiato quando tutti lo amavano: chiedetemi adesso chi era Maradona. Vi darò tre risposte: non c’è stato nessuno come lui; non c’è stato nessuno come lui; non c’è stato nessuno come lui.”

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