Champions League, per le nostre squadre somiglia sempre più al reddito di cittadinanza
Sviluppo o sopravvivenza? Che cos’è la Champions League per il calcio italiano? Vale la pena chiederselo. È una terapia che porta alla guarigione e a poter progettare un futuro migliore? Oppure un palliativo per una malattia ormai cronica?
L’impressione, come scrive il CdS, è che per le nostre squadre somigli sempre più al reddito di cittadinanza. Una misura però limitata a pochi eletti.
Quella cui assistiamo da anni nelle ultime giornate di campionato è una guerra tra poveri con l’obiettivo di accaparrarsi il biglietto di terza classe sul transatlantico del calcio europeo. La conquista della Champions per il calcio italiano è una battaglia triste, dal retrogusto amaro. Un discorso da cui al momento va esonerata l’Inter che negli ultimi quattro anni ha giocato due finali. Senza dimenticare, però, che l’Inter quest’anno ha goduto di un reddito di cittadinanza extra: la partecipazione al Mondiale per Club. Stavolta in Champions è andata male persino a loro. Buttati fuori dal Bodø/Glimt negli spareggi per conquistare gli ottavi. Sempre meglio del Napoli che agli spareggi non è nemmeno arrivato. Anche la Juve si è fermata agli spareggi. Almeno l’Atalanta agli ottavi ci è arrivata e lì è stata presa a pallate dal Bayern. Scene mortificanti.Le italiane in Champions ricordano lo stato del tennis italiano prima della svolta. Agli ottavi di finale dei Grandi Slam, di tennisti azzurri in tabellone non c’era nemmeno l’ombra.
Tra le pretendenti al torneo e quindi all’assegno Uefa (50-70 milioni), la situazione è comune a tutti. Non si intravvede un progetto. Il Napoli deve conquistare la Champions per non dover esporre il cartello “ridimensionamento”. Idem per la Roma. Da questo quadro deprimente non è esente neanche il Como. L’unico progetto industriale riconoscibile del calcio italiano è stato ed è quello dell’Atalanta che non a caso ha vinto l’Europa League.
È una questione economica, certo. Soprattutto di idee. Il calcio è una strana industria. Certamente in recessione ma con un bacino pressoché inesauribile di manodopera. I calciatori ci sono. Mancano le competenze per scovarli e valorizzarli.

