Maurizio Santopietro – “Crollo Napoli”
Difficile, o forse fin troppo facile, commentare una partita che il Napoli, semplicemente, non ha mai giocato. L’undici partenopeo
non è sceso in campo: zero tiri nello specchio, un dato che sa di sentenza e che riporta indietro di oltre vent’anni le statistiche più
amare. Nessun segnale di discontinuità, né nelle scelte né nell’atteggiamento. L’unica variazione rispetto alla gara col Parma è
stata l’inserimento di Beukema al posto di Juan Jesus: troppo poco per invertire una rotta già pericolosamente inclinata. A
centrocampo, poi, la stessa inerzia, la stessa incapacità di dare ritmo e senso al possesso. E infatti, puntuale come un copione già
visto, è arrivato l’ennesimo gol subito nei primi minuti. Da lì in avanti, solo un possesso palla sterile, orizzontale, privo di
profondità e di idee. La Lazio ha giocato con ordine e lucidità, ma soprattutto con la sensazione di trovarsi di fronte a una
controfigura del Napoli: squadra svuotata, prevedibile, quasi arrendevole. E, questa volta, anche la panchina non è esente da
responsabilità. Conte non ha colto — o non ha voluto cogliere — i segnali emersi contro il Parma, né ha inciso con correttivi
durante la settimana. È la prima sconfitta casalinga della stagione, ma soprattutto la quarta consecutiva contro la Lazio, ormai
autentica bestia nera. Un dato che pesa, così come pesa una classifica che torna a farsi fragile: il secondo posto non è più una
certezza e la qualificazione europea, che sembrava in discesa, ora richiede attenzione e nervi saldi. Sarebbe preoccupante se
questa caduta fosse il contraccolpo psicologico della fine del sogno coltivato fino a pochi giorni fa. Perché è giusto dirlo: le
ambizioni di scudetto avevano più di illusione che di sostanza. Ben più concrete, invece, dovevano essere le motivazioni per
blindare il secondo posto e ridurre il divario dall’Inter, restituendo al Napoli quella dignità smarrita dopo il decimo posto dell’era
post-Spalletti. Ora il rischio è un pericoloso pendolo emotivo: dall’euforia del “proviamo a vincerle tutte” dopo cinque successi
consecutivi, al pessimismo del “proviamo a non perderle tutte” . È una deriva che va evitata con lucidità e orgoglio. Perché un
finale opaco non cancellerebbe solo una partita sbagliata, ma finirebbe per oscurare anche quanto di buono costruito fin qui
sotto la guida di Conte. E questo, davvero, sarebbe il danno più grande.
A cura di Maurizio Santopietro
