Bruscolotti a Il Mattino: “Parlare da capitano, anche Di Lorenzo, pure se infortunato, dovrebbe farlo”
L’ex capitano del Napoli, Beppe Bruscolotti, ha parlato in un’intervista a Il Mattino, in cui sottolinea il suo pensiero sul momento del Napoli dopo la sconfitta con la Lazio.
“«Ora è il momento dei capitani, di quelli che hanno lo spogliatoio in mano: nel mio primo Napoli sarebbe toccato a Juliano prendere la parola e mettere tutti al muro, ma poi anche io ho imparato a dire le cose giuste…». Peppe Bruscolotti, Palo ‘e fierro, 511 partite in maglia azzurra, capitano dopo Juliano e Vinazzani e prima di Maradona, leader nei Napoli di Chiappella, Vinicio, Pesaola, Di Marzio, Marchesi e Bianchi, ha la ricetta per fronteggiare questo momento.
Capitano, cosa farebbe oggi alla ripresa?
«Sarei chiaro con tutti: prenderei la maglia azzurra e ricorderei i doveri che comporta indossarla. Nei confronti del pubblico allo stadio, dei milioni di tifosi nel mondo e del club che paga lo stipendio».
Conte si è assunto qualche responsabilità.
«Per me ha sbagliato. Ma davvero può aver la colpa di non aver motivato la squadra dopo il pareggio di Parma? Ma davvero doveva lavorare sul pericolo di avere una squadra appagata per lo scudetto svanito? E dove siamo, in un asilo nido? Qua abbiamo davanti una squadra di professionisti tutti pagati che dovrebbero trovare ogni volta da soli le motivazioni per evitare prestazioni come quella di sabato con la Lazio».
Le fa male questa sconfitta?
«Mi fa male aver visto calciatori come De Bruyne camminare senza mai avere un momento di lucidità. Ora, ditemi: c’era bisogno di Conte per caricare uno che viene dal Manchester City e che si prepara a giocare un Mondiale con il Belgio da protagonista? E allora, questo clima non mi piace. Questo 2-0 della Lazio è colpa di chi va in campo e non di Conte».
Non tutti i tifosi sono d’accordo, lo sa?
«Sì, sento anche chi contesta il tecnico e penso che stiamo all’assurdo: dopo lo scudetto, ha centrato l’obiettivo della Champions, ha conquistato un trofeo, qui a volte si dà tutto per scontato. Solo che ha vissuto gli anni delle sofferenza sa che a Napoli è sempre più difficile che altrove ottenere dei risultato importanti».
Veniamo a oggi: a chi tocca parlare?
«Non a Conte. Anzi, io avrei già chiamato i miei compagni per farli venire prima. Avrei detto: parliamo prima tra di noi. Mancano cinque giornate, che vogliamo fare? Mica pensate che il secondo posto sia una cosa di poco conto? E se lo pensate e avete per la testa già le vacanze o il Mondiale o la prossima stagione, allora quella è la porta. Fate spazio agli altri…».
La vita dei capitani è complicata, insomma.
«Certo, si rischia di passare per antipatici e quasi dei nemici. Oggi questa cosa dovrebbero farla i vecchi come Politano, Lobotka, Rrahmani. Ma anche Di Lorenzo, pure se infortunato, dovrebbe farlo. Magari, lo farà. Serve un urgente faccia a faccia per fare un patto per questo finale di stagione. Io ho sacrificato me stesso per il Napoli e non mi piace sentire parole come “appagamento”. Ma appagati di cosa?».
Arrabbiato?
«Premessa. Considero questa stagione positiva. Ma ora queste cinque giornate posso rovinare tutto. Hanno giocato malissimo, un blackout al Maradona è impensabile e davanti a 50mila tifosi. Sono deluso perché nessuno considera questa squadra imbattibile, ma bisogna uscire dal campo buttando l’anima. E, se non lo fai, non va bene».
Cosa ha fatto lei per il Napoli?
«La fascia da capitano lasciata a Maradona non è mai stata un peso. Era la cosa giusta e io da capitano del Napoli sapevo sempre quale era la cosa giusta da fare e da dire. Per questa maglia ho messo a rischio la mia salute: mi ero appena ripreso all’epatite virale, nel 1983, e non mi reggevo ancora in piedi. Ma Pesaola con una scusa mi chiese di partire con la squadra per Genova. “Mi servi per caricare il gruppo”, mi disse. La domenica mattina, con un inganno, mi chiese se ce la facevo a giocare “per non più di 15 minuti, giusto per dare forza alla squadra”. Mi ritrovai titolare».
Il messaggio che manda da bandiera del Napoli?
«Cari azzurri, potete anche perderle tutte e cinque, ma dovete uscire dal campo senza neppure un grammo di energia, dopo aver dato il 200 per cento… Se gli altri sono più bravi, giù il cappello. Ma come sabato proprio no!».
