Il calcio italiano e “La Meglio Gioventù”: si riparte dai dinosauri!
Nel capolavoro di Marco Tullio Giordana, La Meglio Gioventù, un anziano professore universitario mentre esamina uno dei suoi studenti elargisce un consiglio che sembra una condanna: “Se ne vada dall’Italia. Se ha un’ambizione, se ne vada. Questo è un paese da distruggere: un paese bello ma inutile dove tutto è bloccato. Qui rimane tutto fermo, immobile in mano ai dinosauri“.
Correva l’anno 2003, eppure nel 2026, osservando una Nazionale che non vede un Mondiale dal 2018, sembra che quel professore stia ancora parlando a noi. Si parla di rinnovamento, di ripartire dai giovani, di tabula rasa, di un sistema che non funziona più. Eppure, a guardare l’anagrafe, il panorama somiglia più a un museo che a un cantiere per il futuro.
Gabriele Gravina (72 anni) ha rassegnato le sue dimissioni, e ci mancherebbe, ma non sono altro che un atto dovuto di un sistema al collasso. Cosa succede dopo? Il “nuovo” avanza, e ha i volti di chi il potere lo gestisce già da decenni. Giancarlo Abete (75 anni), presidente FIGC in ere passate, o Giovanni Malagò (67 anni), attuale numero uno del CONI e reduce da mandati vincenti ma infiniti.
Diciotto squadre di Serie A su venti si sono schierate con Malagò. Nulla da dire sui risultati olimpici, per carità. Ma è lecito chiedersi se la soluzione alla crisi del calcio possa arrivare da chi fa parte dello stesso sistema da una vita. Malagò non è stato esente da ombre: dalle polemiche sulla riforma dello sport alle vecchie inchieste (poi archiviate o prescritte) legate al mondo dei circoli romani. Questioni che, al di là dell’esito giudiziario, ci interessano poco ma che allo stesso tempo descrivono un modo di gestire il potere molto “vecchia scuola”. Il paradosso all’italiana è tutto qui: cerchiamo la freschezza, ma ci affidiamo all’usato. È l’ossimoro perfetto di un sistema che dichiara di voler investire nei vivai mentre affida le chiavi della macchina a chi ha già guidato per migliaia di chilometri.
Cosa è stato fatto di concreti per i giovani in questi anni? Come abbiamo incentivato l’utilizzo di giocatori italiani, come abbiamo cercato di cambiare un sistema che dovrebbe ripartire già dalle scuole calcio dei pulcini? E’ stato fatto poco e niente, e perché è stato fatto poco e niente? La verità è che i dinosauri non vogliono essere sostituiti. Preferiscono un sistema che garantisca la conservazione della specie piuttosto che un’evoluzione che potrebbe escluderli.
Sia chiaro, Malagò o Abete o chiunque esso sia, potrebbero anche “fare bene” nel breve termine, mettendo una pezza a un tessuto ormai al collasso. Ma il problema non è la competenza dei singoli, è la visione d’insieme. Fino a quando i volti della ripartenza saranno gli stessi che abbiamo visto negli ultimi vent’anni, il “rinnovamento” resterà una parola vuota, un esercizio di retorica per placare i tifosi tra un’eliminazione e l’altra.
Il calcio italiano è diventato quel salotto dove i vecchi saggi discutono di come cambiare il mondo, mentre fuori i giovani, quelli veri, chiudono le valigie e scappano altrove. Stanchi di aspettare un turno che non arriva mai.
Sbandierare la voglia di cambiamento affidandosi ai nomi di sempre è l’ultimo grande bluff di un calcio che ha paura di guardarsi allo specchio. Il modo migliore per correre verso il futuro non è camminare all’indietro. Ci ostiniamo a cercare il nuovo tra le pagine di un’agenda vecchia, ma la verità è che finché la “Meglio Gioventù” sarà costretta a restare fuori, la nostra Nazionale sarà un eterno replay di un passato che non vuole passare. E alla fine, a forza di ripartire dai “vecchi”, l’unico vero giovane che vedremo in campo sarà il rimpianto.
A cura di Daniele Garofalo
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