Quando il giornalismo dimentica il suo dovere

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C’è un momento, nel calcio, in cui il rumore diventa più forte del gioco.

Factory della Comunicazione

Succede spesso a Napoli. Quando la squadra non gira, quando le vittorie non arrivano e le prestazioni non convincono, una parte della stampa, quella che dovrebbe informare, spiegare e contestualizzare diventa improvvisamente il primo avversario.

Editoriali che sanno di sentenze, prime pagine che bruciano più di una sconfitta, titoli che parlano di “crisi”, di “spogliatoio spaccato”, di “fine di un ciclo” dopo appena due partite storte.
Ma davvero questo è giornalismo? Davvero il nostro mestiere è quello di alimentare la rabbia e la confusione di chi ama il Napoli?

Il giornalismo dovrebbe essere una bussola, non una miccia.
Quel tesserino, spesso sventolato come fosse una medaglia, non serve a sentirsi migliori, ma a ricordarci ogni giorno il senso del nostro ruolo.
Serve a verificare, informare e raccontare con onestà.

Eppure, troppo spesso, si dimentica il codice deontologico, quella sorta di “costituzione morale” del mestiere che impone di controllare le fonti, di non manipolare la realtà, di rispettare chi legge.
Oggi, purtroppo, il giornalismo è diventato una corsa al click.
Conta solo chi arriva per primo, non chi racconta meglio.
Conta il titolo più rumoroso, non la notizia più vera.

E in questa corsa disperata a chi “fa più visualizzazioni”, il tifoso viene tradito. Gli si raccontano storie che non esistono, si inventano tensioni per riempire uno spazio, si distrugge la fiducia in nome di un algoritmo.

Ma il Napoli non è un algoritmo. È passione, identità, appartenenza.
Chi racconta il Napoli dovrebbe sentirne il peso e l’onore.
Non si tratta di essere tifosi travestiti da giornalisti, ma giornalisti con cuore, equilibrio e rispetto.
Criticare quando serve, sì, ma con cognizione di causa.

E permettetemi una precisazione: il sottoscritto non è il paladino della giustizia, né il miglior giornalista in circolazione. Anzi, ho ancora tanto da imparare, ogni giorno.
Però credo che la differenza, in questo mestiere, la facciano l’onestà intellettuale e, soprattutto, il rispetto.
Scusate se mi ripeto, ma il rispetto deve essere prima di tutto verso i tifosi, verso chi vive di passione e merita la verità, non la manipolazione.

La stampa dovrebbe essere unita, non divisa.
Perché chi racconta il Napoli, racconta un popolo.
E quel popolo merita la verità, non l’opportunismo.

Il mio è un discorso a carattere generale, non rivolto a persone o testate in particolare.

È un pensiero che in tanti condividono, ma che in pochi hanno il coraggio di scrivere.

Diego Marino

 

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