Giovanni Galli: “Non facciamo paragoni, ora il progetto Napoli è diverso”

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Dopo 11 giornate con il tricolore sulla maglia, solo in una occasione (1987/88, l’annata dopo il primo successo) gli azzurri sono stati capaci di tenersi stretto il primo posto. E, anche se oggi la banda Conte è distante appena 2 punti dalla vetta di Inter Roma, un po’ preoccupa. «Ma non c’è alcuna maledizione post-vittoria» chiarisce Giovanni Galli. Lui nello spogliatoio del ’91 c’era, sa cosa significa il peso di un tricolore sulla maglia napoletana. L’intervista de Il Mattino:

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Non è certo? I tifosi sono preoccupati…
«So che la sconfitta con il Bologna può sconfortare, ma non dimentichiamo che il Napoli è ancora competitivo al massimo, che ha avuto problemi veri, che è ancora pienamente in corsa per vincere».
Non c’è da fare paragoni con due anni fa?
«Assolutamente no: De Laurentiis si è segnato tutto quanto fu sbagliato due stagioni fa. Alcune decisioni hanno contribuito a quell’annata in negativo e il giocattolo non è venuto fuori rotto. Ma la scorsa estate è stata diversa per il progetto Napoli».
Anche nel 1990-91, dopo il secondo scudetto, la stagione fu complicata.
«Ci ​​furono problemi di assestamento tra noi, qualche cambio di troppo forse, ma soprattutto l’addio di Diego. Fu quello a rendere la stagione più travagliata. Ma non c’è da sorprendersi: Diego era l’unico nella storia a farti vincere anche da solo, avere o non avere tracciava il segno, scavava le differenze».
Conte, dopo Bologna, è stato chiaro: a chi manda quei messaggi?
«A tutti. A tutto il gruppo, anche al club. Non ha peli sulla lingua e fa bene. Ma l’oggetto più importante del suo messaggio è questo: non esiste altra priorità, l’interesse mio e il vostro deve essere solo il Napoli».
Come superate i problemi nella stagione post secondo scudetto?
«La ricetta di Bigon fu quella che sento da Conte oggi. Il lavoro. E poi il gruppo si assume le sue responsabilità come sono certo farà anche questo Napoli. Più che una maledizione post vittoria, punterei l’attenzione sui caratteri che ha questa stagione, molto diversi rispetto a quella passata».
A cosa si riferisce?
«L’Europa non è roba da poco. Significa dover resettare il cervello ogni tre giorni perché prepararsi a una sfida contro l’Udinese, per dirne una, non è come preparare una sfida al Psv e viceversa. Ci sono condizioni diverse, modi di giocare diversi, persino direzioni arbitrali completamente diverse».
Vede paralleli tra questa stagione e quella che lei visse in azzurro?
«Forse uno: anche quest’anno mi dà l’impressione di vivere un campionato in cui tutti possono battere tutti. Quindi il Bologna che batte il Napoli non mi sembra un risultato eclatante. Ci sono tante squadre in pochi punti dopo le prime 11 partite, un po’ come era anche 35 anni fa. Il Napoli di Conte oggi vive solo un momento di appannamento: ma con le vittorie che valgono tre punti come possiamo considerare gli azzurri fuori dalla corsa se distanti appena due punti dal primo posto? Bisogna stare in alto quando mancheranno cinque o sei partite alla fine: è lì che le stagioni si decidono davvero».
Però c’è qualcosa da risolvere.
«Sì, ma l’interruttore prima o poi si accenderà. Io ho visto il Napoli in tv e dal vivo a Firenze, mi impressionò per la qualità. In un campionato così lungo, non si possono vincere 38 partite. Ancora più fondamentale è riprendersi subito dopo aver inciampato. Tutto va risolto nello spogliatoio prima che in campo: mi sembra che anche in questo Conte sia stato più che chiaro».
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