ESCLUSIVA Cds- John Stones del City: «De Bruyne a Napoli un bambino felice. Non esiste sul pianeta terra uno più bravo di lui»

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Alla vigilia dell’amichevole in Sicilia, il difensore del City si racconta: da Guardiola fino alla finale di Champions con l’Inter

 

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I l nome è un presagio, sostenevano i latini. Quello di John Stones, per il Manchester City una roccia di fatto e pure di nome, visto che “stone” in inglese vuol dire proprio pietra, non poteva che raccontare un destino ben preciso. Il centrale è stato uno dei primi acquisti voluti da Guardiola al suo arrivo, nell’estate del 2016. Della rosa del primo Pep sono rimasti solo lui e Gündogan; ma a differenza del centrocampista tedesco, il difensore non ha mai fatto le valigie ed è rimasto fedele alla città che prima vedeva esultare solo lo United.

Stones, 17 titoli in 9 stagioni, è reduce da un anno disgraziato, nel quale ha saltato trenta partite per una serie di problemi muscolari, e approccia il 2025-26 con il contratto in scadenza. Ci mettiamo in contatto con lui direttamente dal St. George’s Park, la Coverciano dei Tre Leoni, dove il suo nome è scolpito nella pietra – letteralmente – sul muro delle leggende britanniche. «Continuerò a combattere – ci racconta – e visto che mi trovo nel miglior club del mondo è ovvio che il mio desiderio sia quello di restare». Domani sarà in campo al Barbera contro il Palermo di Filippo Inzaghi, per un’amichevole di lusso trasmessa in oltre 60 paesi.

Stones, i tifosi del City dicono che senza di lei non avrebbero mai vinto la loro unica Champions. È davvero così? 
«Me lo ripetono spesso, io ho fatto solo il mio. Molti credevano fosse facile, ma l’Inter era ed è una superpotenza, come ha dimostrato tornando in finale quest’anno». 

Lei fu un muro a Istanbul, ma anche un prezioso costruttore del gioco. 
«Sì, Pep mi chiede quel lavoro, tanto filtro e anche il ricamo. Comunque, chi pensa che Guardiola sia solo interessato alle tattiche sbaglia di grosso».

E cosa conta per lui? 
«Soprattutto la squadra, la sua tenuta difensiva e mentale. La passione che ha è in credibile, è un maniaco dei piccoli dettagli. Tutte le cose orribili che ci sono nel calcio lo appassionano allo stesso modo di quelle meravigliose. Penso che il suo cervello elabori il football in modo diverso da chiunque altro al mondo». 

È il migliore? 
«Non esiste sul pianeta terra uno più bravo di lui». 

Allora come spiega tutte le difficoltà della passata stagione? 
«Siamo andati in tilt. Però lo ammetto: forse ci serviva un’annata così». 

In che senso? 
«Perdere tutte quelle partite è stato frustrante e umiliante. Però solo perdendo ci siamo resi conto di quello che avevamo fatto negli ultimi 7 anni. Vincere è speciale, quello che abbiamo fatto noi è fuori dall’ordinario, e siamo stati sciocchi a darlo per scontato. L’ultima stagione è stata una grande lezione. Ai miei compagni in queste settimane sto ripetendo la stessa cosa “lo sentite ancora quel dolore? Bene, tenetevelo stretto”». 

La considerano un leader. Ma cosa vuol dire essere un leader? 
«Prima di tutto un buon leader non si accorge di esserlo, ed è anche il mio caso. Forse dire le parole giuste quando servono e a volte parlare poco ma fare tanto?».

Quando è arrivato al City, pensava di poter vivere questo ciclo? 
«L’avevo sperato, forse sognato. Il team era già forte: c’erano Agüero, De Bruyne, Silva, Yaya Touré. Ma il numero di trofei che abbiamo vinto non era pronosticabile e non avrei mai e poi mai immaginato di far parte della migliore squadra del mondo per così tanti anni. Ne sono estremamente orgoglioso». 
 
Che effetto le fa vedere De Bruyne al Napoli? 
«L’ho sentito pochi giorni fa: è felicissimo a Napoli». 

Si aspetta scintille da KDB? 
«Oh sì! Può continuare a cullare il bambino che è in lui, circondato dall’amore dei tifosi e dall’entusiasmo di una squadra che ha appena vinto lo scudetto. Ci vediamo in Champions, amico!». 

Capitolo infortuni: lei ha giocato solo 20 partite nel 2024-25. Perché? «È stato un periodo molto difficile. Ho capito di aver avuto anche alcuni infortuni rari, dopo aver consultato alcuni specialisti. E questo mi ha logorato mentalmente. Ho avuto giorni bui in cui ho pensato di smettere. Tornavo e mi rifacevo male, stavo meglio e poi peggio. Un tormento. Ma ce l’ho fatta, ed eccomi di nuovo qui a lottare».

Dove ha ritrovato la forza? 
«Quando sei infortunato ti senti molto solo. Non puoi aiutare la squadra, non ti senti parte del gruppo perché non segui la stessa routine. Ho ricevuto un sostegno incredibile da mia moglie, dai miei figli e dai miei amici. Ne ho approfittato per guardarmi dentro e comprendere il motivo per cui faccio tutto questo. A proposito di dare le cose per scontate. Nella sofferenza ho capito perché amo così tanto il calcio».

L’obiettivo è tornare a vincere la Champions? 
«Sì, credo che ci riusciremo ancora».

Cosa glielo fa pensare? 
«Il fatto che ci stiamo allenando già al massimo. Vedo la concentrazione e la carica giusta in ognuno di noi. E poi quest’anno giocheremo bene e torneremo a lottare l’uno per l’altro, ve lo assicuro». 

«Un giorno, quando smetterò con il City, smetterò di allenare». L’ha detto Guardiola. Lei ci crede? 
«L’ha detto veramente? Beh, so quanto ama il calcio, ma visto quanto lavora duramente, posso comprenderlo. Deve essere molto difficile dal punto di vista mentale, molto faticoso».

Il suo futuro è in bilico, visto il contratto in scadenza? 
«Sono ridicole le voci che sento. Questa è casa mia. Vorrei restare».

Domani c’è Palermo-City. Le era mai capitato di giocare un’amichevole con 40 mila persone? 
«Forse mai, e sono un po’ emozionato. Ho sentito dire che i tifosi a Palermo sono incredibili. So che hanno una squadra di grande qualità, tifosi appassionati e che ambiscono alla Serie A».

Al St. George’s Park, dove ci troviamo ora, il suo nome è scolpito nel muro delle leggende. Il Mondiale con la nazionale è un obiettivo?
«Certo, ci punto eccome. Siamo un po’ stanchi di arrivare vicini a ogni obiettivo e di fermarci sul più bello. Vincere qualcosa con l’Inghilterra è il sogno della mia vita. Quindi, finché potrò giocare, io per la nazionale ci sarò». 

L’attaccante più forte che ha affrontato? 
«Messi, senza dubbio. Ti lascia senza parole anche quando non ha la palla tra i piedi. Oggi direi che Bellingham è il top. Non è un centravanti, però il suo tocco, la sua altezza, la sua forza e la sua capacità di occupare l’area lo rendono complicatissimo da marcare». 

Fonte: CdS

 

 

 

 

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