Gazzetta intervista Krol: “Il mio mvp dell’anno è lo scozzese. Che gioia per scudetto Napoli”
L’ex difensore olandese: “Michels un visionario, Cruijff il Messi degli Anni 80. McTominay super: come hanno fatto a cedere uno così?”
Questa è una storia che viene da lontano, da quando il calcio in bianco & nero si ritrova abbagliato da una rivoluzione pure culturale. Una storia che appartiene a un tempo mai perduto, dunque all’eternità, e dentro c’è un’epoca che a raccontarla oggi sembrerebbe surreale oppure no, contemporanea. Questa è la storia di un uomo elegante, raffinato, un eroe di quei mitici Anni 70 che sanno di Olanda, di Ajax, di lui. Perché Ruud Krol sta nella Storia.

Cos’eravate, Ruud?
“Un movimento di idee che vennero considerate innovative. E forse lo sembrerebbero pure adesso. La risposta al catenaccio attraverso vari elementi che si fusero: il genio di Rinus Michels, la classe di Johan Cruijff, la presenza nell’Ajax di tanti ragazzi di Amsterdam che rappresentavano una generazione di campioni. Piccoli o grandi ditelo voi”.
Lo dice la memoria, come sa. Ricostruisca quella esplosione.
“Tutto inizia, in realtà, con la vittoria nel ‘70 della Coppa dei Campioni, l’attuale Champions, del Feyenoord. Comincia un ciclo che apparterrà poi al nostro Paese, perché poi per tre anni saremo noi dell’Ajax a imporci. Però, c’è anche un precedente: la finale con il Milan a Madrid, perdiamo 4-1 ma in realtà stiamo per irrompere”.
Cosa è stato Michels?
“Un visionario che ha anticipato di decenni certe influenze. Noi si palleggiava dal basso già con l’Ajax e con l’Olanda, era sconsigliato perdersi in controllo orizzontali, se si andava sull’esterno bisognava procedere sempre in verticale, ma era preferibile farlo centralmente. L’orizzonte era la porta degli avversari, perciò se ripenso alla semifinale di quest’anno tra Barcellona e Inter credo di essermi divertito, anche se le organizzazioni difensive…”.

Cosa fu invece Johan Cruijff?
“La luce di quegli anni, che però poi si accese al Barcellona. Calciatore strepitoso, tra i più grandi di sempre, il Messi degli Anni 80, la stessa velocità doppia – uno scatto secco, poi subito un altro dopo il dribbling – e per me che ritengo “la pulce” il numero 1, vi sarà chiaro cosa significhi Cruijff”.

Michels fu anche un sergente di ferro: i cinque allenamenti al giorno sono verità o leggenda?
“Verità assoluta. Si andava in campo alle 7; poi alle 10.30; poi alle 15; poi alle 17.30; poi a sera. Nella quarta seduta, mi pare, entrava una specie di torneo di calcetto, a campo ristretto ovviamente. Noi sessanta partite, tra campionato e le varie Coppe, incluse quelle europee, le giocavamo anche all’epoca. E non facevamo tante smorfie”.

Il calendario di Michels non prevedeva concessioni.
“La domenica c’era il campionato, al lunedì ci si allenava, al martedì “doppio” se non si volava all’estero o in trasferta, al mercoledì in Europa o dove si doveva; giovedì scarico, venerdì doppio, sabato seduta tattica e poi di nuovo partita. Se non c’erano impegni infrasettimanali, mercoledì in campo mattina e pomeriggio. Però ci divertivamo. E anche con Kovacs che arrivò dopo di lui continuammo a vincere. Era germogliato il talento”.
Beckenbauer e Krol, una sfida d’alta classe.
“Con Franz il rapporto è stato meraviglioso. Giocai alla sua gara d’addio e sono stato onorato di essergli stato amico. Un rispetto reciproco, mai venuto meno, mai una volta”.

Un’eredità complessa da assegnare.
“In Italia, per me ce ne sono stati tre che hanno rappresentato una specie di emanazione: Scirea, fantastico nel suo portamento e intelligenza; Franco Baresi, che ne ha ritrasmesso i codici e Paolo Maldini, nel quale mi sono rivisto per lo sviluppo della carriera: prima terzino, come si diceva una volta, poi centrale”.
Curioso il suo “dirottamento” in campo.
“Viene Michels, alla vigilia di una partita, e mi dice: giochi a sinistra. Mister, ma io non l’ho mai fatto. E lui, sì però puoi farlo. Poi Rinus va al Barcellona, torna in Olanda e mi ridice: ora vai in mezzo. Mi servi lì. Era un uomo speciale”.
Lei fu terzo al Pallone d’oro del ‘79.
“Noi eravamo il calcio totale e io ho sempre ragionato in quei termini. Fu bello, ma nessun rimpianto. E comunque quello fu un momento di condivisione con i compagni di squadra”.
Avete vinto tantissimo con l’Ajax e niente con una grande Nazionale. Ha dei rimpianti?
“Che senso ha cercare motivi di sconfitte, anche se eventualmente ce ne fossero? Ci siamo goduti momenti straordinari che ancora vivono, se stiamo qua a parlarne. Vuol dire che quell’Ajax e quell’Olanda hanno inciso nel movimento calcistico che ha divertito. Ora, a parte qualche club, non mi sembra che questo calcio riesca a regalare il piacere di guardarlo. Solo pochi esemplari”.
La sua Italia è Napoli.
“Amo la città, amo la gente che mi tratta come se ancora fossi un calciatore dell’80, quando arrivai dal Canada. Ci torno spesso, passeggiate lunghe e piene di un sentimento che non sparisce. Ho gioito per il quarto scudetto, lo hanno meritato, è stato sofferto ma sono stati premiati per averci creduto sino all’ultimo secondo”.

Il suo mvp dell’anno ha un nome e una domanda curiosa da lanciare nell’universo-calcio.
“È stata la stagione di Scott McTominay, senza alcun dubbio, e non solo per i gol che ha segnato, altrimenti saremmo riduttivi. Ma io mi chiedo: come si fa a cedere un calciatore del genere? E come si fa a venderlo per soli 30 milioni? Un bel regalo, dai”.
Fonte: Gazzetta
