Chiariello: “Non si può demonizzare la plusvalenza”

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Umberto Chiariello, giornalista, nel suo editoriale, ha parlato ai microfoni di Radio Napoli Centrale, alla trasmissione Un Calcio Alla Radio. “Oggi un editoriale didattico. Cosa significa? Il giornalismo fa un errore gravissimo: dà per scontato ciò che scontato non è. Molto spesso si parla di temi che le persone non capisce né conosce, ma usiamo tutti grandi termini, riempiendoci la bocca di parole, dando per scontato che tutti ci capiscano. Sul web tutti fanno i fenomeni, ci sono i tuttologi, mio padre da ragazzino mi diceva: ‘Umberto abbi paura dei tuttologi. Quando ti dicono di sapere tutto, non sanno niente’. Ognuno deve sapere ciò che sa, quello che gli studi gli hanno permesso di conoscere. Di cosa vogliamo parlare didatticamente? Delle plusvalenze. Dobbiamo spiegare bene questo meccanismo, questo sistema. Il calcio è marcio, malato da tantissimi anni e c’è un sistema alla base di questo marciume che è l’uso improprio delle plusvalenze. Un esempio banale è il seguente: andando ad un concessionario comprando una macchina, pagandola 20.000 euro a rate, dando un anticipo di 5.000 euro, gli altri 15.000 vengono pagati in 3 anni a tasso 0, quindi 5.000 euro all’anno per 3 anni ed in fine la macchina è vostra, ma si è fatta vecchia e ne volete una nuova. Cosa fate? Vendete la vecchia macchina che vi è costata 20.000 euro d’acquisto, i costi di esercizio tra bollo, assicurazione e manutenzione, nonché i costi di consumo tra olio, filtri e carburante. Lasciamo perdere i costi di consumo ed esercizio, ma parliamo di investimento: la macchina non vi è costata 20.000 euro perché la rivendete e facendolo, dopo averla ammortizzata in 3 anni, per 10.000 euro avete dimezzato il costo di investimento. Perché? In questo caso è stata fatta una plusvalenza finale che abbatte il costo di investimento. Riportiamo l’esempio sul calcio: acquistando un calciatore a 20 milioni, con un contratto di 5 anni tenendolo sempre, senza venderlo, ammortizzando in toto il costo, a bilancio, non metto 20 milioni, ma ammortizzando con i canoni del 20% annuo, come un cespite, lo spalmo su 5 bilanci differenti. Dopo 5 anni, il calciatore che aveva 19 anni all’inizio e 24 anni adesso, non mi costa più nulla, ormai l’investimento è pagato. Rivendendolo per 30 milioni di euro, non avendo più costo d’investimento da smaltire, ho fatto 30 milioni di plusvalenza, ricavi puri che si aggiungono ai ricavi caratteristici, vale a dire sponsor, diritti televisivi, biglietti da stadio. I tempi di pagamento non contano rispetto al momento in cui l’ho venduto e queste sono le plusvalenze sane, quelle che il Napoli ha sempre fatto, al di là di Osimhen per cui De Laurentiis risponderà. Il Napoli ha venduto Lavezzi, l’ha pagato 6 milioni e mezzo, l’ha ammortizzato quasi del tutto, dopo 3 anni l’ha rivenuto per 30 milioni. Dopo di lui, il Napoli ha venduto Cavani, poi Higuain. Ci sono squadre che fanno questo da una vita, rimanendo competitivi, questo è un modo corretto di fare calcio. Non si può demonizzare la plusvalenza. C’è chi, invece, ci ha giocato sopra con la cosiddetta plusvalenza a specchio: un esempio è l’operazione Pjanic-Arthur. Nel frattempo, alla Consob do un bilancio, alla Covisoc un altro ancora e acquisto Cristiano Ronaldo per 100 milioni. Tuttavia, non si hanno gli strumenti per decidere sulle plusvalenze gonfiate e fittizie. Sul resto, però, sì. Il problema non è il player trading, le plusvalenze giuste che fanno vivere le piccole società, ma la polvere sotto al tappeto. Se si può arrivare ad una revoca degli scudetti, alla retrocessione, che venga fatto perché questo è un doping amministrativo ed a capo c’è sempre la Juventus e la Juventus deve avere la casa delle pareti a specchio perché è quella che più di tutte rappresenta la Serie A e non può essere il munnezzaio d’Italia”.

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