Walter Sabatini: “Spalletti, il mio genio mai nemico”

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Walter Sabatini, 66 anni, 6 mesi di contratto con la Salernitana, è nella sede del Mattino per una lunga chiacchierata. Non ha mai superato il dolore per aver perso lo scudetto con la Roma di Spalletti ad 87 punti.
Direttore, se la può tirare su: il Napoli lo scudetto lo ha perso con 91 punti. «E non è facile mettere da parte una delusione così grande, hanno ragione Zielinski e gli altri che ancora lo ricordano come se fosse una ferita. Perché quando si fanno tutti quei punti non si può non vincere il campionato».
In queste ore è scomparso Gianni Di Marzio. «Quando vanno via i testimoni non si può che star male. Ecco, lui è stato sempre uno che ha avuto qualcosa da raccontare. E mi mancano le persone che raccontano. È un giorno triste, come lo è stato per me quando è scomparso Fulvio Bernardini, lui illuminava una stanza solo con il suo carisma. L’uomo che a vent’anni volle me e Renato Curi in Nazionale».
Ce ne sono ancora di testimoni? «Sono rimasto io. L’ultimo che racconta. Anche se non mi vuole più nessuno, dicono per l’età. Ma io di testa ho 40 anni. Solo che non sono più di moda. E in Italia si va avanti con le mode».
Quali quelle del momento? «I cacciatori di teste, quelli che piazzano Shevchenko al Genoa: a me piace il rapporto umano, intellettuale, quello che mettono in piedi i vari Cairo, De Laurentiis. Non esiste un calcio senza rapporti, senza spiegazioni. Ho preso Mazzocchi, magari non sarà un fenomeno, ma mi serve potenza. Il suo procuratore mi ha girato una foto, il ragazzo che fa la valigia e lui che scrive pronto per il miracolo. Lo compro tre volte uno come lui».
SpallettiCi racconta di Spalletti? «Lui è il mio genio che può essere genio fino in fondo solo con me. Capisco i suoi stati d’animo, il suo umore, capisco quando sta arrivando la burrasca dallo sguardo. Lui in campo trova gli angoli dei passaggi, gli appoggi dei piedi, è straordinario. Maldestramente dopo le prime vittorie in campionato ho pronosticato il Napoli campione d’Italia».
Cambiato idea? «Si deve ricompattare, serrare i ranghi, con tutti a disposizione, il ritorno di Koulibaly e Anguissa e allora Spellettone, come lo ha chiamato Mou, può vincere tutto. A Luciano devo uno dei pochi momenti gioiosi della mia carriera, quando lo ripresi alla Roma: il suo gioco, quegli 87 punti, sono indimenticabili. Tutti i giorni penso a quello scudetto perso alla Roma. Io non sopporto gioie e successi. Ci vivo male col successo, mi innervosisce, ho bisogno di sofferenza. Che ho puntualmente trovato a Salerno».
Ha chiamato Spalletti? «No, lo vedrò oggi. Non è un nemico, non può esserlo. Siamo avversari, anche se noi siamo avversari fragili. Questo non è più calcio, auspico la sospensione fino a quando non si torna alla normalità. Che senso ha arrivare a una partita con 6 uomini in meno? È una situazione invivibile».
In che stato è il calcio italiano? «Nonostante le cassandre, è ancora il paese delle meraviglie, dove la passione è negli occhi dei bambini ed è per questo che avrà sempre successo da noi, nonostante le tante malefatte…».
A quali si riferisce in particolare? «Non solo le ruberie ma anche il fatto che in Lega non c’è una governance, una sorta di Premier League all’italiana, che faccia star meglio tutti i club. In Lega ho sempre visto presidenti che litigano per l’auto-affermazione di loro stessi. Ci vuole un organo operativo. Quando Iervolino ci metterà piede, lui che è un visionario pragmatico, un vulcano di idee, vedrà le liti da cortile e si scandalizzerà».
I playoff e i playout li vorrebbe? «Sì, tiene tutto acceso fino alla fine. Ma poi ci sono dei presidenti che fanno i loro calcoli e non se ne fa mai nulla. Come la serie A a sedici: ovvio che non mi piace perché sennò la Salernitana rischia di stare in serie B, però è chiaro che sarebbe più spettacolare. C’erano una volta attaccanti come Savoldi che facevano 15 gol e diventavano mister miliardo… Ora arrivano a 30 gol come se niente fosse».
Il livello tecnico dei giocatori italiani? «Alto. Non mi piace il refrain che non possono giocare altrove. Siamo un popolo di complessati, convinti che gli altri siano più belli di noi. Ma il talento è qui».
L’Europeo vinto dall’Italia è stato un episodio? «È la vittoria di un gruppo meraviglioso a cui poi è seguito un collasso legato all’umoralità degli italiani. Popolo meraviglioso, generoso. Ho visto al tg l’operazione di soccorso dei nostri militari in Siria per quel bambino mutilato. Mi sono commosso. Ma c’è chi ha un cuore più grande del popolo italiano? Ma ai Mondiali ci andremo e in ogni caso non avrebbe senso far finire nel tritacarne Mancini e Gravina».
Tra le malefatte, anche le plusvalenze fittizie? «Mai fatto una plusvalenza incrociata in vita mia. Il calcio italiano deve fare a meno di queste operazioni che drogano il mercato e i bilanci. Alla Roma ha fatto solo plusvalenze reali e consistenti. Come quelle di De Laurentiis, gestore del calcio eccezionale. Poi magari il presidente del Napoli per come si confronta con gli altri può essere discutibile, ma la sua gestione è virtuosa come pochi, con depositi rilevanti, fatti attraverso un lavoro sportivo importante».
Come si lavora con le proprietà straniere? «Di calcio non sanno nulla. Vengono i fondi, non certo gli imprenditori. E ai fondi importa solo di portare soldi a casa. I fondi amano le statistiche, e io non prenderò mai un calciatore per un algoritmo. Io sono sentimentale, prendo un calciatore solo quando mi scatta il campanello dopo averlo visto in azione. E dal vivo. A volte sbaglio… Poche volte per la verità».
Il proprietario del Toronto ha confessato di aver preso Insigne dopo aver letto Transfermarkt. «Una mancanza di rispetto per Insigne. E le sue grandi giocate non le ha viste? Ma ha sbagliato ad andare lì, è giovane, il capitano del Napoli, il 10 dell’Italia. Ma ormai è così: chi ha soldi ne vuole ancora di più. Non capisco, non l’ho mai capito: se guadagni 5 che bisogno hai di volerne 8? Quando si ha da viver bene con la propria famiglia, cosa altro si va cercando?».
Che calcio c’è in America? «Ci ho giocato e non credevo ai miei occhi, facevi un cross e arrivava lo stacco musicale, poi le majorettes prima di tirare una punizione. Insomma, simpatico. Ma che roba è?».
Il suo rimpianto è stato Sarri? «Ci sarei andato molto d’accordo, anche perché fuma come fumavo io. Ma sono stato pavido, non me lo sono mai perdonato: era il 2000, lui al Sansovino in Interregionale, io all’Arezzo in serie C. Non ebbi il coraggio di fargli fare il grande salto. Imperdonabile».
Colantuono è a rischio? «Potrei mai mandarlo via perché perde con il Napoli? E poi che squadra ha avuto a disposizione fino ad adesso? L’equità impone di poter giudicare l’allenatore se ha una squadra, ma come si fa a valutare un tecnico che tra covid e infortuni non ha mai avuto una squadra non in emergenza?».
A Gattuso, lo confessi, è affezionato? «A 13 anni venne in prova a Perugia, aveva tre anni in meno degli altri ragazzi con cui lo feci provare: aveva la faccia da disperato, cattivissimo. Lui iniziò a tirare randellate, proprio in linea con il suo carattere, lo presero a calcioni quelli più grandi di lui, mi spaventai e allora dopo 10 minuti gli dissi di andare a fare la doccia. Lui iniziò a urlare: Ho fatto sei ore in auto dalla Calabria per stare qui. Tranquillo, ti ho preso già, ti sto solo salvando la vita…».
Lo ha chiamato? «Non sono telefonista, non so curare l’amicizia, non so frequentare l’amicizia, non credo di aver mai fatto una telefonata di cortesia… Lui ha fatto la storia a Salerno».
Qualche dirigente del calcio italiano in rampa di lancio? «Collauto del Venezia, Accardi dell’Empoli e Marchetti del Cittadella, uno che con duemila delle vecchie lire mette su sempre una squadra super».
Colantuono dice: non abbiamo chance con il Napoli? «Lo fa per abbassare il livello di attenzione al Napoli. Magari prendono atto, ci affrontano rilassati. Magari anche Spalletti si confonde dopo frasi così».
La riconoscenza esiste nel calcio? «Non esiste, ma io ne ho ancora persino con Lotito. È bizzarro, ma lui i suoi uomini li difende alla morte. Quando gli ho detto che andavo a Palermo, chiamò l’autista perché voleva farmi chiudere in una stanza».
Il più competente dei presidenti? «Zamparini. Anche se terrorizzava tutti. Ero appena arrivato a Palermo, perdiamo con l’Udinese, vado a dormire a Mondello e mi sveglia il lunedì alle 7. Mi fa: Buongiorno, sto arrivando con Ballardini e il nuovo staff. Io gli dico: Bene, non mi ha detto il nome anche del nuovo ds. Ci siamo visti, urlava, mi porta al pranzo di addio. Non mi può abbandonare così, lei mi mette in croce…. Va avanti per ore. Abbatte le resistenze. Facciamo finta che possa rimanere, ma se perde due partite?. Lo cacciamo ovviamente. Noi, io e lei. Come potevo non restare?».
La Juventus può rientrare nella lotta scudetto? «Io nel calcio ne ho viste di tutte, potrebbero vincerne anche dieci di fila. Ma mi pare scollegata. Dybala? Deve essere rispettato nella squadra dove gioca, è incommensurabile. Come lui c’è stato solo Omar Sivori. Ricordo il mio incontro con el Cabezon, ad Ariccia mi chiamano per una partita con la rappresentativa cantanti, c’era pure lui che aveva 44 anni ma se non gli davi subito la palla urlava qualsiasi tipo d’insulto, ma con quelle gambette a ics faceva tunnel a chiunque».
Perché Maradona è stato pianto in tutto il mondo? «Quando le grandi leggende vanno via è normale che sia così. Come per il grande Senna. Diego ha scritto la storia del calcio. Il Mondiale dell’86 lo ha vinto da solo con un’Argentina di manovali ma l’impresa vera per me l’ha fatta con lo scudetto al Napoli».
Oltre al calcio cosa vede? «Poco altro, al massimo un bel match di boxe o una partita di tennis al massimo livello. Le vedo e le studio».
A che quota c’è la salvezza della Salernitana? «Non ce la faccio a immaginarla, perché mi viene una crisi d’ansia»
Quanti acquisti farà? «Sei, sette. E possiamo provare a inseguire la salvezza. Anche perché la sentenza del Napoli dello scorso anno dice che le gare con l’Udinese e il Venezia le dovremo giocare».
Che vigilia è stata di questo derby campano? «Nefasta, chi ha un brandello di adrenalina la perde, tutta questa incertezza legata all’attesa dei tamponi. Ma come si fa?».
Napoli-Salernitana come finisce? «Se si fosse giocato tra un mese avrei visto il Napoli messo molto male. Oggi però se Spalletti esagera e ci fa più di due gol gli tolgo il saluto».

E. Marotta, P. Taormina (Il Mattino)

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