Sinisa Mihajlovic: «Lo scudetto? Lo vorrei al Napoli. Per la gente. Inter? La mia seconda casa»

Il tecnico del Bologna analizza anche la questione Insigne

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L’allenatore del Bologna  Sinisa Mihajlovic tra certezze e occasioni perdute in una lunga ed interessante intervista di Ivan Zazzaroni:

«Sono come la bella Cecilia, ma non ho rimpianti… Il recupero in settimana della partita col Cagliari una decisione senza senso. La terza dose deve essere risolutiva e azzerare i tamponi» 

«Lo scudetto? Lo vorrei al Napoli. Per la gente»   

 « Sono a Roma e sono rilassato (questo ieri, prima di sapere del recupero di dopodomani col Cagliari, nda). Pensaci tu, da solo, tanto sai bene come la penso». In altre parole dovrei fare come Cucci con Bulgarelli negli anni Sessanta: si conoscevano bene e da anni e Giacomino si fidava a tal punto del giornalista da lasciargli anche la titolarità delle risposte, non solo le domande. «Poi me la fai leggere e ti dico se va bene» la raccomandazione di Sinisa.

 

Non se ne parla. Hai suggerito tu all’Asl emiliana di fermarvi? «Io volevo giocare».

Proprio come il tuo amico Djokovic.
«Le regole sono regole e devono essere rispettate, ma… ».

Ma cosa? «Questione spinosa. Secondo me sono stati gli organizzatori i primi a sbagliare. Avrebbero dovuto attenersi alle indicazioni del governo, rispettando la legge e evitando di garantire a Nole la presenza nel torneo. Se è partito per l’Australia vuol dire che qualcuno gli aveva assicurato che c’erano le condizioni per concedergli l’esenzione. Per come la vedo io, Djokovic è la prima vittima, non il principale responsabile di questo casino. Penso inoltre che tutto andasse risolto internamente, tra lo Stato di Vittoria e il governo centrale, ridicola la messinscena del numero uno del tennis mondiale che rimane bloccato nell’hotel dei rifugiati… Certo, quello è che successo potrebbe anche avere acceso una luce sulla condizione dei rifugiati, che non mi sembra il massimo. Ripeto, le leggi si rispettano. Così facendo, hanno trasformato Nole nel paladino dei no vax».

Lui, peraltro, si è sempre dichiarato contrario ai vaccini. «Io sono per la libertà di scelta, che però può comportare degli effetti anche spiacevoli».

Spiegati meglio. «Da noi Sansone non voleva vaccinarsi. Nessuno lo obbligava. Tuttavia, se il regolamento impone le tre dosi per giocare o le fai o stai fuori. Io dico che devono vaccinarsi tutti, ma dopo la terza dose eliminerei i tamponi. La terza dose riduce Omicron a poco più di un’influenza, lo ripetono gli esperti ed è nei fatti, e se hai l’influenza stai a casa fino a quando non passa, non puoi condannare gli altri a fare lo stesso».

Quando ho letto il post di Sansone, non nego di aver pensato a te, visto quello che hai p assato.
«Al Bologna ho dieci positivi, hanno fatto tutti la seconda dose e tra lunedì e martedì era programmata la terza. Ma mi è stato comunicato che martedì recuperiamo. Con il Cagliari che non ha le coppe. Perché tutta questa fretta? Non alleno i miei da una settimana, lavoro solo con dei primavera, alcuni titolari sono in isolamento fiduciario. Chi metto in campo e in quali condizioni? Che campionato è mai questo? Come si può parlare di regolarità? Capisco l’emergenza, la confusione anche, ma non è accettabile che si proceda sempre a vista».

Indica tu la soluzione. «Quindici giorni fa ho avuto la febbre, ma ho più di 7.000 anticorpi e al molecolare sono risultato negativo. La soluzione, lo ribadisco, è la terza dose, questa la mia opinione».

Il Mihajlovic degli ultimi due anni è il migliore di sempre? «Le esperienze, gli anni e il lavoro aiutano a crescere, io mi aggiorno in continuazione, e studio, ma nelle squadre in cui ho lavorato ho sempre dato e ottenuto il massimo possibile. A volte sono stato mandato via, altre me ne sono andato io. Ma ho sempre fatto meglio di chi mi aveva preceduto e anche dell’allenatore che mi ha sostituito. Non ho mai capito perché il Milan mi abbia esonerato: ero quinto o sesto e in finale di Coppa Italia. Con quella squadra, che del Milan portava solo il nome, non si poteva fare di più. La stagione seguente ne cambiarono nove su undici. Unici sopravvissuti, quelli che avevo lanciato io, Donnarumma e Romagnoli».

Rimpianti una montagna, quindi. «Né delusioni, né rimpianti. Perché non ero io a controllare la situazione, la scelta non fu mai mia. I rimpianti, poi, non servono a niente. Con la Juve avevo fatto tutto, c’era l’indecisione di Conte: la società non voleva esonerarlo e lui prima se ne era andato e poi ci aveva ripensato. Ad ogni modo cazzi loro. In quel momento erano liberi Allegri, Mancini e Spalletti, ma la Juve aveva scelto me. Con la Samp avevo fissato una data entro la quale avrei dovuto dare una risposta definitiva e visto che con la Juve si andava per le lunghe rispettai la parola e firmai per un altro anno con Ferrero».

Sei stato cercato anche dall’Inter, dalla Roma, dal Napoli. «Sono come la bella Cecilia, tutti lo vogliono e nessuno lo piglia. Ogni tanto penso che se fossi andato alla Juve qualcosa avrei vinto anch’io, tu che dici? Da calciatore ho ottenuto tutto, da allenatore mi sono pre so qualche bella soddisfazione e sono sicuro che prima o poi arriverà anche il grande club. Il Milan è una top, ma nel mio periodo lo era un po’ meno».

Avresti potuto allenare il Napoli prima di Sarri. «Questione di empatia, fondamentalmente la molla, non scattò».

 

Mi raccontasti che De Laurentiis voleva acquistare solo giocatori dall’Empoli. «Non è proprio così. Mi disse “io prendo i giocatori e lei li allena”. Risposi che sarebbe stato un errore prenderne uno o due non funzionali al gioco che volevo fare e la trattativa si complicò. Peccato, perché quello era un Napoli molto forte».

Sinisa, Bologna comincia a starti stretta?
«Mi piace la città, mi piace il Bologna, sono anche cittadino onorario. A Bologna sto benissimo. L’altro giorno un giornalista mi chiede se mi piacerebbe allenare una grande. Rispondo “a chi non piacerebbe?, se la stessa domanda la ponessi a diciotto allenatori di serie A, in diciotto risponderebbero la stessa cosa”. La mattina dopo mi sono ritrovato una frase che non avevo pronunciato».

Le difficoltà di Mourinho ti sorprendono?
«Allenare a Roma non è come allenare a Torino o Milano, è molto più difficile, è complicato controllare i giocatori, le radio e le tv romane sono presentissime e fanno opinione, talvolta determinano il clima. Roma è immensa, a Torino ci sono quattro gatti e meno distrazioni, lì è più semplice. Al Nord ci sono anche i soldi, il potere».

Il potere economico, intendi? «E quello politico. A Roma gli ultimi a vincere sono stati Eriksson e Capello, e avevano grandi squadre e c’era l’influenza positiva del Giubileo. Comunque quella Lazio e quella Roma avrebbero potuto vincere molto di più».

Due numeri a sostegno: negli ultimi 19 anni gli scudetti se li sono spartiti le due milanesi e la Juve, negli ultimi 29 si sono ripetute ben ventisette volte. «Io ho preso il Milan sbagliato, ma come si fa a dire di no al Milan?».

Anche tu sei convinto che quest’anno rivincerà l’Inter? «Mai detto. Io spero che a vincere sia il Napoli».

Prego? «Il Napoli per la gente, mi piace la gente di Napoli. All’Inter sono stato giocatore e vice allenatore, è la mia seconda famiglia. Ma ho una passione speciale per i napoletani, un popolo di cuore, come i serbi. Ecco, forse noi siamo forse un po’ più duri… Io non c’entro un cazzo con Napoli e i napoletani, eppure li sento vicini, affini. Abbiamo la stessa attenzione ai rapporti, coltiviamo il senso dell’amicizia».

Anche se l’amico è sbagliato? E sai bene a chi mi riferisco. «Le pecore nere ci sono anche in famiglia, quelle le tolleri».

Sempre a proposito di Napoli, ti ha sorpreso la tempistica dell’addio di Insigne? «Non entro nel merito della decisione, né dei tempi. Solo in Italia vivete come un problema enorme una situazione come la sua. Se uno si comporta bene, se continua ad allenarsi con impegno cercando di contribuire al raggiungimento dell’obiettivo della squadra, va sempre sostenuto. Non isolato, contestato o messo fuori rosa, come è già successo più volte».

 

Fonte: Ivan Zazzaroni (Cds)

 

 

 

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