M. de Giovanni: «Io, orfano come Sorrentino, vomerese e maradoniano»

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Sui social ha definito, senza mezzi termini, «È stata la mano di Dio» un film capolavoro, con la «città che sbatte in faccia a tutti la propria serena, popolana e aristocratica, perenne bellezza». Vomerese, di culto maradoniano come lui: Maurizio de Giovanni ha qualche punto in comune con Paolo Sorrentino.
Lei era tra gli ospiti dell’anteprima nazionale al Metropolitan, de Giovanni. «Sì, e ho goduto di un film partecipato e dolente. Sorrentino di solito rimanda un po’ di freddezza invece questa volta si è sentita la sua partecipazione assoluta. Il film è evocativo, commovente, ma anche leggero e divertente. Ferma restando la bellezza di L’uomo in più, credo che questo sia il suo miglior film: mi ha molto commosso, emozionato e coinvolto dentro dalla prima all’ultima scena».
In che modo si sentiva «dentro»? «Per la scrittura estremamente partecipata che non sempre si riesce a trovare quando si tratta l’autobiografia in letteratura e nel cinema. E poi fa riferimento a un periodo fondamentale per quelli della mia generazione: ho perso mio padre nell’81, all’epoca vivevo una situazione non molto distante da quella che traspone lui nel film, nonostante sia più grande di dieci anni rispetto a Sorrentino».
Che vita faceva negli anni ’80? «Non facilissima: lavoravo in banca dall’82, dopo aver perso mio padre ero diventato in qualche modo il capofamiglia, con un fratello e una sorella minori e mia madre da sola. Però ero fortemente rivolto al futuro, pensavo a come costruirmi un’esistenza su basi solide».
E quale idea di futuro aveva? «Il mio sogno era ciò che già avevo: trovare un posto fisso e farlo nel migliore modo possibile. Certo non sognavo di fare lo scrittore, il lavoro era quello e non potevo permettermi altri tipi di sogni».
Maradona? «Noi ragazzi eravamo molto coinvolti nel Napoli di quegli anni anche se sembrava impossibile che vincesse lo scudetto e l’arrivo di Maradona non mutò subito la prospettiva, con le delusioni dell’85 e dell’86. Poi tutto cambiò e se anche le preoccupazioni della vita erano diverse, almeno l’illusione di un Napoli in cima alle classifiche diede molta forza a tutti».
Formidabili quegli anni? «La città che aveva speranze di cambiare, la voglia di futuro e anche una certa ingenuità. Per quelli della mia generazione non c’è nulla della Napoli di allora che abbiamo dimenticato: non solo Maradona ma anche personaggi grandissimi che hanno segnato una diversa mentalità per la città. Penso a Pino Daniele, a Troisi ma anche a De Crescenzo. La nostra non è mai stata una città sulla difensiva, ma sempre pronta a puntare tutto: vincere o perdere».

De Giovanni

Lei è vomerese come Sorrentino: quali sono i luoghi della sua adolescenza? «I ragazzi si riunivano molto di più per strada e molto più dei teatri all’epoca si frequentavano i cinema come l’Acacia e il Vittoria, la pizzeria Acunzo una delle migliori di Napoli e quindi del mondo, la friggitoria di piazza Fuga».
Sorrentino scelse di andare via per fare cinema. «Penso che le cose siano cambiate. Mentre prima era necessario stare vicino ai grandi centri di produzione culturale, ora credo si possa trovare una poetica nel luogo e non allontanarsi. Certo ognuno ha la sua storia: io scrivo, non ho mai ipotizzato di andare via per farlo».
La Napoli di Sorrentino e quella di «Gomorra», che torna da oggi in tv per la stagione finale. Quanta distanza c’è con quella delle fiction tratte dai suoi libri? «Potremmo citare anche l’Amica geniale, o la Napoli di Patrizia Rinaldi, di Lorenzo Marone, di Matteo Garrone, di De Silva e Starnone… Ogni Napoli è legittima perché è un universo, una pluralità di mondi che possono essere a buon diritto raccontati tutti. Dalla città aristocratica, alle periferie, da quella delle lucky ladies alla città dei Bastardi di Pizzofalcone, sono tantissime sfaccettature, tutte realistiche. Io non ho mai finto nei miei libri. E Gomorra trovo che sia una delle fiction meglio realizzate di tutti i tempi».

Intervista a cura di Ida Palisi (Fonte: Il Mattino)

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