Amarcord – Rubrica di Stefano Iaconis: “Il centravanti della montagna”

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Lo sguardo spiritato, da folletto, lo conserva intatto. Così come quella capigliatura un po’ demodè, che, quando giocava, teneva domata con una fascetta stretta sulla fronte. Mostra perfino lo stesso fisico di allora, adesso a 52 anni quasi, Stefan Schwoch, quando lo vedi camminare veloce mentre attraversa Dimaro. Venuto a dare uno sguardo al “suo” Napoli. Quello che gli è rimasto eternamente nel cuore. A lui, un altoatesino, partito dalla quieta Bolzano, che sta ai piedi di montagne grigie ed oscure custodi di segreti secolari, in un gennaio del 1999, ed arrivato nella città dove quei segreti sono svelati nel tripudio dei colori di un rumore che cela spesso il medesimo silenzio. Una storia che rivela quanto sia vero l’antico detto che vede chi arrivi a Napoli piangere due volte: la prima quando arriva, la seconda quando la lascia. La paura di abitare un luogo così lontano dalle sue radici, così diverso da abitudini che il tam tam della cronaca faceva così oscuramente temibile. Sua moglie per questo, dunque, non voleva, no. Ma Stefan aveva dentro il sacro fuoco che arde spesso nelle passioni inestinguibile degli uomini del sud. Se la portava nello sguardo, nella forza evocativa che sprigiona un pallone, rotolando su un prato. E la fiamma di quella passione lambì il suo carattere, scottandolo prima, bruciandolo poi. Nella città che per quella stessa passione arde. L’ amore, durato due stagioni brevissime, ma dentro le quali si consumò una relazione che sa di eternità, esplose immediato. In un pomeriggio di epifania del 1999. Quando Stefan si prese il San Paolo. Era un pomeriggio di protesta, un pomeriggio nel quale il sole rifletteva vuoti sugli spalti paurosi. Il Napoli navigava in esilio le acque tumultuosa della serie inferiore. Il centro classifica come costante, i risultati dove la casella delle sconfitte era riempita una domenica si ed una a volte. Quel pomeriggio era un mercoledì. Turno infrasettimanale. Ed il Napoli aveva acquistato, dal Venezia, al mercatino di riparazione, quel piccolo attaccante dalla velocità di una scheggia e numeri da sudamericano. Giocatore da categoria superiore, un centrattacco di razza autentico. Come a Napoli non se ne vedevano da tempo dopo Careca. Di fronte, quel pomeriggio, c’era la Lucchese. Che andò in vantaggio con Foglia, dopo qualche minuto dall’ inizio della ripresa. Un gol, quello dei toscani, specchio di stagioni legate all’ oblio ed alla malinconia. Foglia mise un cross innocuo, dal settore di sinistra, rasoterra, Daino e Taglialatela ballarono in un “la prendi tu la prendo io” e la palla terminò in rete. Fu allora che Stefan liberò dalla catena il suo talento. Impadronendosi della partita. Del tifo. E del San Paolo. In undici minuti. Prima mise Rossitto in porta, e poi lui stesso con un tiro dalla traiettoria impossibile, da una posizione complessa, tutto decentrato a sinistra in area, mise la palla, sul palo opposto. Confezionando il sorpasso. Ed entrando nel novero degli eletti in maglia azzurra. Quelli che restano nel ricordo. In quello scampolo di stagione realizzò sei gol, tutti pesantissimi. E poi, l’anno seguente, con Novellino alla guida, in un Napoli che ritornò nella massima serie scatenando la gioia di una città intera, Schwoch si rivelò in tutta la sua classe. Un’ annata da 22 reti. Il record per la maglia azzurra. Ci era riuscito solo Antonio Vojak, il centrattacco che giocava con il basco. Un record perso nelle nebbie del tempo. Poi venne Cavani il mostro a ritoccare quel record che infine Higuain frantumò. Stefan con il quale la città sognò di tornare grande. Stefan che nottetempo, andava a guardare il profilo della montagna cara a Partenope. Fermandosi sul lungomare in un muto dialogo per ricordare attraverso il Vulcano, i luoghi dove era vissuto. Con quel mare quieto e dolce e la cacofonia di suoni, fino al mattino, così diversi da quelli di casa sua. Stefan che, però, la serie A aveva intanto imparato a conoscere. Arrivò un’ offerta irrinunciabile. Dieci milioni di euro. Il Napoli non seppe dire di no. E Schwoch, che sarebbe potuto diventare idolo, che avrebbe potuto legare il suo nome al futuro del club azzurro, si trovò a fare la valigie. Per Torino, sponda granata. Più vicino a quelle montagne che gli erano care, ma adesso con il mare negli occhi e nel cuore. Chissà cosa sarebbe potuto accadere, se fosse rimasto. Sua moglie pianse, dissero. Suo figlio anche. Si erano innamorati di un luogo che per loro, all’arrivo, era quanto di più lontano fosse possibile da capire ed amare. Invece accadde. Stefan però restò per sempre qui. Non andò mai più via. Accoccolò la città in un fazzoletto dell’anima. Qualcuno racconta, che, ogni tanto, pare si affacci al terrazzo di casa sua, quello che da sulle montagne, e che nel loro profilo riveda il Vesuvio. E canti nel ricordo: “Cumm e’ bella ‘a muntagna, stanotte“. Da napoletano. Quale è rimasto.
Stefano Iaconis
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