Amarcord – Rubrica di Stefano Iaconis: “Il numero uno”

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Quando tornava a Napoli non cadeva un fischio. Né un insulto, dagli spalti. Lui camminava piano, il capo sempre chino, assorto. Già concentrato chissà da quanto. Sollevava piano la mano, accennando un saluto, timido, come la sua indole. Di friulano schivo. Taciturno. E lo stadio rispondeva, con un applauso elegante, sincero, mai smanioso. Regale. L’applauso che si riserva ad un monarca. Dino Zoff a Napoli ci era stato per cinque lunghissimi anni. Sedotto dal golfo, dai suoi rumori, dalle sue cacofonie allegre, che si insinuano sotto pelle. Cambiandoti. Lui Dino, però non era mai cambiato. Si era innamorato della città, dei suoi abitanti. Sebbene fosse così distante da loro. Nei modi. Distante, mai lontano. Poi era arrivata l’ investitura della Juventus. E Dino Zoff se ne era andato. A vincere con indosso i colori più invisi a Partenope. Eppure, ogni volta che tornava, il San Paolo gli tributava l’ omaggio. La prima volta che venne da avversario, io lo vidi. Finì uno a uno. Capello, e poi Mariani. Un tocco sotto misura proprio dopo un errore in uscita di Dino. Uno dei pochi, pochissimi. L’ ho visto molte volte a Fuorigrotta. Che sembrava “vecchio” già da giovane, e poi “vecchio”, azzimato, così tanto che mi pareva incredibile ancora potesse veleggiare in aria, uscendo dai pali, apparentemente senza sforzo, leggero, ad impossessarsi della palla. Poi, si metteva la sfera sottobraccio e trotterellava nella sua area. Aspettando che tutti uscissero. Padrone assoluto di quei metri di prato. Non ricordo una sua parata di quelle che spengono l’ urlo in gola. Che la palla sembra stia varcando la linea ed il portiere arriva chissà da dove a “smanacciarla” fuori. Zoff aveva il senso della precognizione. Prediceva dove sarebbe finito il tiro. E lo arrestava. Là’ dove chiunque avrebbe avuto bisogno di un volo impossibile da non ricordare, lui ci arrivava con un piede. O semplicemente facendosi trovare nel punto giusto. Si chiamava piazzamento. Lo possiedono soltanto i grandissimi portieri. Quelli della parata al novantesimo sotto la pioggia battente. Dopo ottantanove minuti nei quali si è stati inoperosi. La parata che salva ogni cosa. Zoff ne avrà fatte decine, di quelle parate. Non se le ricorda nessuno. Perchè Dino parava in silenzio. Sottacendo ogni intervento come parco era di parole. Non fece mai parlare di sé. Mai. Fu impeccabile. E giocò fino a quarant’anni, baluardo estremo di un calcio in bianco e nero. Oggi, di tanto in tanto, mi capita di rivederlo, Dino. Negli occhi chiari di un piccolo portiere dai modi silenziosi ed un fiuto per la posizione da grandissimo. Anche lui ha vent’anni, gli stessi di Zoff, quando salì alla ribalta. Gioca a Napoli, anche lui. Andrà a vincere altrove. Anche lui. Anche Alex Meret.
a cura di Stefano Iaconis
Visualizzato da Gabriella Calabrese alle 20:22

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