Boggi attacca Nicchi: «È colpa sua se gli arbitri non sono più credibili»

Da quando è uscito dall'Aia, l'ex arbitro salernitano Robert Boggi non è mai stato tenero con Marcello Nicchi

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 Proprio Boggi fu suo avversario nella competizione elettorale del 2012. Dopo aver letto le dichiarazioni dell’ex procuratore federale Giuseppe Pecoraro al «Mattino» non ha dubbi: «Tutti i sospetti, tutte le insinuazioni sull’Aia e i suoi associati nascono sempre dallo stesso punto: non ci può essere la stessa persona a guidare l’associazione da 12 anni e con la possibilità di arrivare a 16 grazie ad un altro mandato. Un’associazione importante che non cambia il suo presidente per 16 anni è una dittatura o cos’altro?».
Eppure, Nicchi viene eletto, non si nomina da solo. 
«Più di duecento presidenti di sezione che si piegano alla volontà di uno che sta lì per il gusto del potere… È legittimo chiedere a Nicchi i risultati di questa sua gestione? All’interno ci sono molti dissidenti, lo sopportano perché non riescono a fare diversamente: sono sottomessi al sistema».
Lei come si è spiegato quell’audio mancante richiesto da Pecoraro per il fallo di Pjanic in Inter-Juve del 2018? 
«Conosco Orsato da troppi anni, metto non una ma due mani sul fuoco per Daniele. Non c’è stata assolutamente cattiva fede, cancellate l’idea del complotto: a meno che non sia uscito di senno o non abbia avuto a che fare con chissà cosa. Il problema non è il singolo episodio: è la gestione della classe arbitrale che le fa mancare di credibilità e perdere spessore, esponendola a queste critiche»
Nicchi non ha risposto alle parole di Pecoraro: la stupisce?
«Ho letto con attenzione le dichiarazioni di Pecoraro, sono importanti. Non mi stupisce assolutamente che non ci sia stata una replica. L’Aia avrebbe bisogno di un presidente che abbia al massimo 50 anni, uno che si sappia davvero confrontare con i media e con la tecnologia che avanza, non di chi come me o Nicchi ha fatto il suo tempo. Quando l’associazione diventa un gruppo di signorsì ai tuoi piedi, perdi la capacità di confrontarti con l’esterno. E si sa che fine fanno quelli che vogliono detenere il potere solo per sé. Gli effetti sono pesanti».
Quali?
« L’Italia non manderà nessun arbitro al prossimo Mondiale, per la prima volta nella storia dell’Aia accadrà una cosa simile. Dopo quello che ha detto Pecoraro, poi, Nicchi si sarebbe dovuto dimettere per dimostrare che l’Aia non è una mera sede di potere. Ma, ripeto, fin quando ci saranno presidenti di sezione che hanno paura di essere isolati da Nicchi non vai da nessuna parte: neppure dopo quello che ha tirato fuori Pecoraro. D’altronde, se senti di stare nel giusto, le dimissioni sarebbero un atto di forza: tanto, verrebbero respinte». 
C’è chi pensa che questo sia il momento giusto per porre il limite di mandati per l’Aia: il suo parere?
«Il limite c’era, Gravina lo aveva sponsorizzato con forza e all’epoca del termine del secondo mandato di Nicchi percepii un’aria nuova fondamentale per l’Aia, per evitare che si possano gettare le ombre così come è avvenuto con l’intervista a Pecoraro. Poi hanno approvato il terzo mandato, quindi gli hanno consentito anche il quarto. Non è Boggi a dover dire cosa fare: lo sanno benissimo, ci sarebbe da chiedersi perché non lo fanno».
Ed anche la Var è divenuto strumento di polemiche. 
«Partì bene come sperimentazione, poi hanno cambiato il protocollo. Non capisco perché non si applichi il modello inglese. Non giudichiamo Orsato per quell’episodio al Meazza: con Rocchi è l’ultimo arbitro di livello che ci è rimasto. Le alternative le crei se metti a lavorare le persone giuste, non quelli che scaldano la sedia e ti votano al momento giusto».
Che cosa lasciano in eredità le dichiarazioni di Pecoraro?
«La certezza che il rinnovamento è indispensabile e non capisco come ancora si attenda a restituire agli arbitri ed a tutto il calcio la giusta credibilità». Fonte: Il Mattino

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