Ottavio Bianchi: “Il post Covid-19? Purtroppo non sarà più come prima”

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Bergamo e Brescia rappresentano il perimetro della vita di Ottavio Bianchi: c’è il suo vissuto, che ora contiene il dolore.  «Una vita che non è più vita. Rinchiuso dentro casa senza avere un orizzonte, in giornate che sono tutte eguali e tutte piatte, aspettando il bollettino serale dei Tg che fanno la conta dei morti. Voci che si accavallano, quella di parolai, con contraddizioni che si intrecciano».

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E privati di qualsiasi umana prospettiva. «Non si trovano soluzioni convergenti, ognuno interpreta secondo personali visioni. E non si immagina il futuro, perché non abbiamo informazioni su possibili vaccini. Io vivo qua da sempre, anche se ho avuto la fortuna di girare tanto e di fare ciò che mi piaceva; da 47 anni sono a Bergamo, penso di conoscere un po’ la mia terra e la mia gente, che ha in testa innanzitutto il lavoro. E’ tutto fermo, adesso, e non siamo in grado di stabilire cosa accadrà dopo, perché il pericolo maggiore sta per arrivare».

C’è da temere anche il «dopo», ovviamente. «Il telefono adesso è un tormento: hai paura che ti chiamino per dirti che un parente o un amico sia scomparso. Ho davanti agli occhi, ogni notte, le immagini delle bare portate sui camion militari. E’ la scena più dolorosa a cui abbia assistito: ci siamo ritrovati dentro a questo orribile film, però scoprendo che era la realtà a cui siamo stati costretti. Vorremmo il conforto della scienza ma spesso i virologi sono in contrasto tra di loro. C’è fumo nelle teorie e psicologicamente si fa sempre più dura».

Cosa ha scoperto che non sapeva di sé Ottavio Bianchi? «Volendo sorridere un po’, che ha imparato a fare il caffè. Mi sono organizzato, vivo da solo e devo industriarmi anche nei lavori domestici, perché – com’è giusto che sia – non possono raggiungermi i miei figli. E’ una condizione che per alcuni può diventare terribile. Siamo di fronte ad un disastro epocale, lo dicono le statistiche non io. E senza che compaia una via d’uscita. Non trovi che decretini, l’uno il prolungamento dell’altro. E a volte, ti accorgi anche che qualcuno di questi signori riesce persino a dare dimostrazione di comicità involontaria».

La fase-2 cosa è per lei? «Non è cominciata e sono privo di immaginazione. Penso a chi ha lavorato una vita intera per lanciare un negozio, un bar, un ristorante ma non sanno quando riapriranno e come. E penso anche ai nostri nonni, ai genitori, a noi stessi, ai nostri figli, a chiunque abbia fatto sacrifici per costruire qualcosa che sta sparendo, sotto il peso della crisi economica».

È difficile riuscire a essere positivi. «Siamo stati bravi e rigorosi nei comportamenti, almeno così mi sembra. Però poi se sto lì a riflettere mi accorgo che ci vorrebbe una prospettiva, fosse anche solo per una passeggiata, pochi metri, quelli che servono a chi ne ha veramente bisogno. E poi per chi come me ha un’età, per quella fascia di persone che si chiama anziana, ora c’è l’oblio: non muovetevi, non dovete, non potete. Mentre invece il fisico ne ha bisogno: sgranchirsi le gambe non è un desiderio stupido di chi è vecchio, per qualcuno è una necessità».

Normalità cosa significa, Ottavio? «Non la ritroveremo. Muteremo i nostri rapporti sociali, a meno che non trovino un rimedio scientifico, quindi medicinali che fronteggino il virus. Questa è una piaga che ci porteremo appresso, anzi dentro».

Ventiquattro ore da riempire. «Mi è preso il rigetto per la lettura dei libri, io che quasi ne dipendevo. E anche per la tv. La seguo per pochi istanti, quelli in cui devo aggiornarmi. E poi poche altre cose: il giornale, ad esempio. O anche un po’ di musica, ma non tanto. E poi sognare una passeggiata nel bosco».

La sua vita le è piaciuta? «Pensi che mi hanno pagato per farmi giocare al calcio. Quando da bambino mi chiedevano cosa volessi diventare da grande, li guardavo straniti. Io ho sempre desiderato essere un calciatore e sono stato anche bravino, non mi è andata male. Poi sono stato anche altro: allenatore e dirigente. E dunque non posso lamentarmi».

Il miglior Bianchi per lei qual è stato? «Ovviamente il primo, perché ero protagonista. Ma anche andare in panchina ha rappresentato una meravigliosa scoperta, mi ha costretto a ragionare diversamente, ad evolvermi, a gestire, a esprimere la mia visione. E’ stato intrigante, molto, e mi sono sentito come un regista che se ne stava dietro le quinte ma che poteva esprimere comunque se stesso. Ma la fase più dura è stata la terza, quella dirigenziale, ministro senza portafogli dei destini di un’azienda. Mica semplice, mi creda».

Sta per uscire, scritto da sua figlia Camilla, giornalista, la sua biografia. «Con prefazione di Gianni Mura, che mi manca e non è possibile immaginare quanto. Ci eravamo sentiti quando era già a Senigallia in convalescenza: aveva letto il libro, ovviamente, e si è messo a scherzare con me, ha dato un gran bel voto a Camilla, ha ricordato certi pranzi che facevamo io, lui e Garanzini, e ne aveva già prenotato un altro. E io gli avevo detto: Gianni, bisogna controllarsi, dobbiamo metterci a dieta. Risposta: quella la fai tu, che a mangiare ci penso io».

Ma Bianchi si guarda mai alle spalle? «Faccio fatica, mi intristisce. Sarà anche per questo che quando in televisione danno qualche replica, io cambio sempre canale. Voglio evitare, passando davanti ad uno specchio, di accorgermi quanto sia cambiato. Ora nella solitudine, ho spazio per stare da solo o chiacchierare a lungo con amici».

Il cellulare almeno ha un senso. «Ho ritrovato, dopo non so quanto tempo, anche un mio compagno del Brescia. si chiama Vasini, ci eravamo persi: da quando è scoppiato questa maledetta pandemia, mi chiama ogni mattina, alle undici, semplicemente per chiedermi come sto. Mi sembra bellissimo, la sintesi di un sentimento autentico. E poi sento spesso Dino Zoff, lo facciamo spesso, siamo legati e abbiamo punti di contatto. Insieme riviviamo tempi e situazioni: siamo stati fortunati e anche no. Quaranta e cinquanta anni fa, pur con le gioie che ci sono state riservate, avevamo assai meno di oggi: per dire, le differenze tra la preparazione e l’alimentazione dell’epoca e quelle attuali. O dal punto di vista medico: pensi a chi s’infortunava a un legamento, ci volevano anni interi e si spezzavano carriere. Io non mi sono fatto mancare niente, ho trascorso talmente tanti giorni negli Ospedali che per riassumerli lei avrebbe bisogno di una pagina intera. Ho conosciuto la terapia intensiva, mi hanno tirato fuori per i pochi capelli che avevo. Ho giocato sul dolore, per parecchio».

Allo sport va riconosciuto anche un valore sociale. «Ma io in queste ore non riesco a concentrarmi né sul calcio, né su altro. Credo che sia indispensabile prestare attenzione alla vita sociale, che ha la priorità assoluta. Se diamo un’occhiata intorno a noi, ci accorgiamo che se ne sono andati amici, conoscenti, un vicino di casa. E bisogna organizzarsi per combattere il virus nel modo più appropriato ma anche uscire da questa forma di depressione che può colpire chiunque. So che l’inattività di quello che è stato e rimane il mio mondo colpisce figure a cui sono legato – i magazzinieri, i massaggiatori, ad esempio, gente che mi ha viziato e verso i quali ho sempre provato affetto. So che ci sono società di serie C che faranno fatica a riprendere: ho fatto la gavetta, ho attraversato il calcio, ne conosco le difficoltà. Ma aspetto che passi la nottata, come dicono a Napoli, dove dentro ad una frase c’è spesso la filosofia dell’esistenza. Le conosco tutte, perché lì c’è la parte più forte della mia storia personale».

Domani che giorno sarà, Bianchi? «Mi basterebbe che si tornasse a vivere e si potessero gustare le piccole cose. Il sapore di un abbraccio. È una speranza che nasce in me ogni volta che sento parlare Papa Bergoglio». 

 

 

 

 

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