Francesco Marolda: “Ad Udine un Napoli non lavativo”  

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L’Opinione di Ciccio Marolda, dopo la gara di Udine. Un Napoli che, almeno per 45 minuti, ha dimostrato di essere ancora in grado di reagire: 

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E allora, in certe occasioni il ritiro fa bene o non fa bene a certi moderni calciatori, campioni di privilegi, coccole e milioni? Ah, ci fossero andati di corsa in ritiro quella sciagurata notte dopo il Salisburgo, questi giovanotti! Probabilmente, assieme a un mucchio di danaro, si sarebbero risparmiato (e avrebbero risparmiato a tanta gente) un mese e più d’inferno. Inferno, sì. Perché lì li avrebbe sistemati il Sommo Poeta. Tra gli iracondi e gli accidiosi, condannati ad azzuffarsi l’uno contro l’altro. Pure l’allenatore? Ovvio, pure lui che ha più o meno chiamato “lavativi” i suoi, sarebbe di sicuro finito nel fango dello Stige a fare a pugni, a calci e a morsi.
D’accordo, a Udine il Napoli non ha vinto, ha soltanto pareggiato e fantasmi cattivi e ombre minacciose stanno sempre là, però scacciando il pessimismo, s’è vista una reazione. Per un tempo la prestazione è stata buona. La squadra è stata viva. Insomma, a Udine non ci sono stati “lavativi”. E allora, ritiro benedetto perché tre o quattro giorni di meditazione, di confronti, di ragionamenti e anche di mea culpa comunque hanno fatto bene. Riflessioni e pentimenti sono serviti a tutti, anche se per l’espiazione completa dei peccati manca ancora molto. Chiaro, infatti, che i problemi restano irrisolti. Ma se è vero che il Napoli continua a vagare nella periferia lontana del quarto posto, tra tre giorni avrà da chiudere il conto col girone della Champions. Obiettivo ottavi. Obiettivo passaggio del turno. Obiettivo mettere le mani su un altro bel pacco di milioni. Ma, soprattutto: obiettivo tranquillità e nuova fiducia. Insomma, il Genk per rialzare la testa, per tornare a respirare, per riaprire ottimisticamente (?) la stagione, per rimettere in circuito anche l’immagine d’un Napoli non più nido di vespe ma terra di civile convivenza. Di voglia di dare battaglia a tutti in campo. Di voglia d’arrembaggio a quel quarto posto che è lontano, sì, ma non perduto. E allora eccola la trasformazione che il Napoli ora deve completare: da iracondi ed accidiosi a “pirati” del pallone. Dallo Stige al Mar Rosso, dove visse la sua carriera da pirata “Long Ben”. Perché proprio lui? Perché lui è un vecchio “collega”, visto che s’ammutinò al suo comandante e gli rubò la nave con mezzo equipaggio. Certo, oggi da queste parti da rubare non c’è proprio nulla, ma da restituire sì. Beni, preziosissimi tesori che si chiamano passione e voglia di pallone”.  

 

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